[21-10-2012] Insindacabilità parlamentare: la Corte tra Parlamento e CEDU

di Luigi Testa, dottore in giurisprudenza,  Università Bocconi

È giusto che anche i giudici costituzionali, una tantum, si facciano qualche risata. E l’occasione certamente è stata quella che ha portato all’ordinanza 233, dell’8 ottobre scorso, in merito alla sindacabilità o meno di alcune dichiarazioni dell’allora Presidente del Consiglio, al di fuori della sede parlamentare. Anche se forse, conosciuta l’autorevolezza morale dei vegliardi della Costituzione, più che qualche risata, si sarà trattato soltanto di qualche sorriso un po’ amaro. Le dichiarazioni sono quelle dell’onorevole Berlusconi, rese nella puntata di Porta a Porta del 10 aprile 2008, dirette a screditare la sincerità (“è un altro emerito bugiardo”) e la validità della laurea (“la sua è una cosiddetta laurea dei servizi”) del collega onorevole Di Pietro, nemico di vecchia data. Le dichiarazioni sono riportate testualmente nell’ordinanza della Corte, ma chi volesse avere un’idea di quanto in basso possa scendere, a volte, il tono nel nostro Parlamento può andarsi a leggere anche la stenografia del (breve) dibattito in aula, seduta del 22 settembre 2010. Al di là del dato di folclore, quello che ci interessa è il dato giuridico. Purtroppo, la Corte non dà giudizi di merito sulla vicenda: il giudice competente – nella specie, il Tribunale di Bergamo – solleva il conflitto di attribuzione nei confronti del Parlamento senza prestare troppa attenzione alla tempistica, e la Consulta, con l’ordinanza 233, dichiara improcedibile il giudizio per decorrenza del termine per la notifica all’altra parte del ricorso. Il pronostico, in ogni caso, è facile, e per nulla azzardato. La Corte avrebbe senz’altro accolto il ricorso del giudice di merito, ritenendo insussistente il nesso di funzionalità richiesto dall’art. 68, primo comma, della Costituzione. Infatti, secondo la consolidata (salvo qualche oscillazione) giurisprudenza della Corte, perché le opinioni espresse dai deputati al di fuori della sede parlamentare (al contrario di quanto avveniva nella vigenza dello Statuto Albertino, l’insindacabilità infatti “seguirebbe” il parlamentare anche al di fuori dell’aula) è necessario che ricorrano tre condizioni: che le dichiarazioni extra moenia siano riproduttive, non letteralmente ma almeno sostanzialmente, del contenuto di atti parlamentari, che siano naturalmente pregressi rispetto all’espressione incriminata, e che siano riferibili allo stesso soggetto. Evidentemente, qui le dichiarazioni dell’onorevole Berlusconi non sono riproduttive di alcun atto parlamentare. Proprio a questa linea interpretativa si attiene il Tribunale di Bergamo, mentre è interessante notare come nessun riferimento chiaro al “nesso funzionale” così definito vi sia nel dibattito in aula, o nella proposta della Giunta per le immunità. Gli unici riferimenti sono al clima di astio pluridecennale tra i due protagonisti, nel tentativo di ricondurre le dichiarazioni del 2008 alla “normale dialettica politica tra soggetti che concorrono all’esito elettorale”. Al relatore in aula sfugge, in realtà, che l’insindacabilità delle opinioni parlamentari – e quindi la compressione, nel caso, della tutela dell’onore del destinatario dell’opinione – è posta a presidio non della “dialettica tra soggetti che concorrono all’esito elettorale”, bensì della piena libertà nello svolgimento del mandato elettorale, e questo solo, quindi, dovrà essere il criterio di valutazione delle opinioni espresse. Sta tutto qui il senso del “nesso funzionale” che si richiede: non una piena insindacabilità ratione personae, ma una sindacabilità di tipo funzionale, ratione officii. D’altra parte, anche il giudizio costante della Corte in merito sembra forse eccessivamente prudente. Da più parti, si auspica che, qualora non sia effettivamente minata la libertà nell’esercizio del mandato parlamentare, il controllo della Corte non si limiti ad una verifica formale della riproduttività delle dichiarazioni dall’aula parlamentare al mondo esterno, ma si apra ad una verifica di tipo sostanziale del contenuto delle dichiarazioni e della loro carica offensiva. A chiederlo è, tra gli altri, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che in più casi (da ultimo, il caso Cofferati, 2009) ha ritenuto inadeguata la lettura strettamente formale del “nesso funzionale”, precisando che «la mancanza di una chiara connessione con un’attività parlamentare impone anche l’adozione di una stretta interpretazione del concetto di proporzione» tra il fine di garantire la piena libertà del mandato e il mezzo impiegato dal parlamentare. È chiaro che la richiesta così pressante di un approccio sostanzialistico non potrà ancora a lungo essere ignorata dalla Corte Costituzionale, in un sistema di tutela sempre più integrato dei diritti, pure se, sul piano interno, si dovrà fare i conti con il rischio di interferenza sia con l’ “autodeterminazione” del Parlamento che con l’autonomia del giudice di merito (al quale la Corte rischia di sovrapporsi nella valutazione dell’offensività giuridica – elemento del reato, o comunque del danno – della condotta presa in esame). Una sfida che la Corte forse avrebbe potuto già raccogliere valutando il caso Berlusconi-Di Pietro, se non fosse stato per quel mancato rispetto dei termini processuali.