[16-10-2012] Ora è meglio che parli solo la Consulta

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto comparato, Università Bocconi

“Colpire lei per colpire me”. Questo l’ultimo capitolo della storia triste delle trattative Stato-Mafia. Il Presidente della Repubblica torna a parlare della questione, svelando una lettera personale scritta al suo consigliere Loris D’Ambrosio, che oggi non c’è più, forse proprio perché non ha retto i sospetti che, ingiustamente, si sono addensati sul suo operato.

Eppure, la sensazione è che parlarne ancora non faccia bene. Non alla memoria di D’Ambrosio, non alla Presidenza della Repubblica. Quando Napolitano decise di sollevare il conflitto di attribuzioni nei confronti della procura di Palermo, ritenemmo la scelta ineccepibile: era stata seguita, senza clamori, la strada che la Costituzione traccia per risolvere i conflitti che possono sorgere tra poteri dello Stato. La Corte ha dichiarato il conflitto ammissibile e, ora, si tratta di attendere la decisione di merito. Forse, dunque, sarebbe più conveniente concentrarsi sulla battaglia processuale, senza indulgere alla tentazione di spiegare, di ricordare, di commemorare. Sia chiaro: è di ogni evidenza che Napolitano è mosso dal nobile intento di ricordare un servitore dello Stato scomparso prima del tempo. La sensazione, però, è che non ci siano più gli spazi per questa esposizione pubblica. Il potere di esternazione del Presidente della Repubblica è uno strumento delicatissimo. L’ultima presidenza Cossiga ce lo ha insegnato. Ora, forse, bisognerebbe lasciare parlare la Corte costituzionale.

In questo, è da riconoscere, la Procura di Palermo si sta muovendo con il giusto tatto. E ha consegnato i propri argomenti alla penna di un team di costituzionalisti di rango, guidati da Alessandro Pace, direttore della più importante rivista del settore e presidente per anni dell’Associazione dei costituzionalisti. La memoria depositata alla Corte è un vero e proprio trattato di diritto costituzionale. Sui giornali è stato riportato un passaggio ad effetto: l’immunità è propria solo dei re. Ma questa è la punta di un iceberg: trentadue pagine fitte di note che mirano a dimostrare come il Presidente debba essere responsabile se commette reati extrafunzionali (cioè estranei all’esercizio delle proprie funzioni tipiche) e, dunque, come l’intercettazione accidentale delle sue conversazioni non sia illegittima.

Non è affatto detto che la Corte accolga questa tesi. Anzi, ci sono buoni argomenti per sposare la tesi presidenziale dell’illegittimità dell’intercettazione anche occasionale e, dunque, dell’obbligo di distruzione immediata dei nastri. Quel che sembra, però, è che le diverse posizioni siano da un lato troppo tecniche e, dall’altro, troppo politicamente sensibili per dibatterle in pubblico. In un simile momento di sfiducia, di crisi delle istituzioni e di tensione sociale sarebbe del tutto consigliabile lasciare che della questione si occupi solo chi è chiamato a tale compito dalla Costituzione, senza processi mediatici pericolosi e dannosi.

(pubblicato sul Secolo XIX del 16-10-2012)