[02-08-2012] L’ambivalenza della Rai: tra democraticità ed efficienza

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

La recente e tormentata vicenda del rinnovo del Consiglio di Amministrazione della Rai («una brutta storia» l’ha definita Lorenzo Cuocolo sul Ricostituente del 5 luglio) è l’ennesima dimostrazione della crisi dell’azienda rispetto a cui qualsiasi cittadino dovrebbe, per certi versi, sentirsi chiamato in causa.

Le note vicende di lottizzazione e mala gestio, infatti, hanno a poco a poco depresso una delle società con maggior tasso di potenzialità del nostro paese, affossando un potenziale straordinario strumento di informazione, cultura e conoscenza a tutti i livelli.

Così periodicamente sorgono dentro e fuori il Parlamento proposte di riforma (ormai è impossibile contarle: si va da boutade demagogiche e populiste a studi raffinati e complessi) nella consapevolezza che il tanto auspicato “passo indietro” della politica sia necessario per il rilancio e la competitività dell’azienda.

Ma per pensare ad un buon progetto di riforma della Rai è bene non farsi trascinare dall’onda dell’antipolitica e considerare con attenzione la natura ambivalente della stessa azienda: da un lato strumento “democratico” di pluralismo informativo dall’altro Società per Azioni improntata al conseguimento di utili operando sul mercato.

Di fronte a tale ambivalenza, come spesso capita, una guida per orientarsi giunge dalla Corte Costituzionale la cui giurisprudenza in tema di Rai è sempre stata univoca nell’evidenziare come il servizio pubblico radiotelevisivo debba essere caratterizzato «da ampia apertura a tutte le correnti culturali, da imparziale rappresentazione delle idee che si esprimono nella società» (C. Cost. n. 225/1974) e per questo dovrebbe possedere «un alto tasso di democraticità rappresentativa» (C. Cost. n. 194/1987) che si concretizzerebbe anche nel principio della «prevalenza numerica del componenti [del CdA] designati dalla Commissione parlamentare» (C. Cost. n. 69/2009). L’evoluzione normativa in tema di formazione degli organi sociali della Rai, dunque, ha sempre tenuto in forte considerazione tali principi, che, a ben pensarci, astrattamente si rivelano inattaccabili.

Il Parlamento infatti è (o dovrebbe essere) l’organo rappresentativo dei cittadini ed in nome del pluralismo e «dell’obiettività e completezza dell’informazione» (C. Cost. n. 225/1974) è la sede naturale dove discutere le nomine della maggioranza dei componenti del CdA della Rai.

Ma il cittadino, che è anche contribuente nonché abbonato attraverso il pagamento del canone, se da un lato chiede pluralismo e il principio della democraticità rappresentativa all’interno della Rai allo stesso tempo non è indifferente al buon funzionamento, alla produttività, alla qualità del prodotto ed alla lotta agli sprechi.

Così il tema è proprio quello di una riforma che rimanga nel solco delle pronunce della Consulta ed aumenti il tasso di professionalità e soprattutto rafforzi l’indipendenza dei componenti degli organi sociali della Rai. Quest’ultimo punto è il vero tema cruciale: l’aspetto più discutibile, infatti, non è tanto la nomina parlamentare della maggioranza del Cda (se si applicassero solo le regole del codice civile la nomina spetterebbe all’Assemblea dei soci, nella fattispecie il solo Governo che tramite il ministero dell’Economia è, di fatto, il socio unico, e sarebbe forse anche peggio) ma sono i vasi comunicanti che si creano tra il Parlamento ed il CdA, un organo che spesso semplicemente replica le maggioranze parlamentari assecondandone i voleri.  Questa dunque sembra la cornice da considerare per poi riscrivere la L. 3 maggio 2004, n. 112 (c.d. legge Gasparri) e di conseguenza lo statuto sociale della Rai.

Tra le molte proposte meriterebbe un approfondimento ed è oggetto di studio (in questa sede la si accenna soltanto) quella volta a riscrivere la governance societaria in senso dualistico (artt. 2409 – octies c.c. e ss.).

Con il sistema dualistico infatti, si attenua in parte il legame tra amministrazione e proprietà: concretamente si creerebbe un “filtro” tra gli amministratori (i Consiglieri di Gestione) e la Commissione parlamentare di Vigilanza. Quest’ultima infatti sarebbe chiamata ad eleggere i membri del Consiglio di Sorveglianza, organo che svolge l’ “alta strategia”, il controllo di gestione e l’indirizzo gestionale, lasciando invece la nomina dei membri più operativi del Consiglio di Gestione allo stesso Consiglio di Sorveglianza.

In quest’ottica i Consiglieri di Gestione potrebbero essere un numero assai esiguo (tre), per favorire la dinamicità e l’efficienza gestoria, mentre il Consiglio di Sorveglianza potrebbe ben essere più ampio (dodici/quindici membri), caratterizzandosi come organo ad «alto tasso di democraticità rappresentativa»; con l’importante conseguenza, e non è poco, di spostare la dialettica sull’indirizzo e la gestione all’interno della società stessa. Sarebbe solo un primo passo, di certo perfettibile, ma forse idoneo a coniugare, almeno in parte la natura ambivalente della Rai: rappresentatività e tecnicismo, democraticità ed efficienza.