[23-07-2012] Le parole del capo dello Stato sacre come quelle dell’oracolo di Delfi? No, grazie.

di Giancarlo Rando, docente di diritto pubblico comparato, Università G. Fortunato Benevento

Ha ragione Lorenzo Cuocolo quando (Ricostituente, 17 luglio 2012) ricorda che, a proposito delle intercettazioni indirette che hanno coinvolto il capo dello Stato, qualcuno potrebbe ricordare le telefonate che incastrarono Nixon alle sue responsabilità e lo condussero alle dimissioni nel famosissimo scoop giornalistico di Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post che fu definito Watergate. Se non ci fossero state le pubblicazioni dei due reporters a tenere viva la questione e successivamente la messa in onda delle audizioni del comitato senatoriale sul Watergate (alle quali, venne stimato, si collegarono all’epoca almeno una volta l’85% dei possessori di un apparecchio televisivo) il presidente Nixon probabilmente non sarebbe stato costretto alle dimissioni che presentò appena quattro giorni dopo la pubblicazione del nastro noto come la “pistola fumante” (the smoking gun), l’8 agosto 1974. La storia di Richard Nixon e dell’inchiesta giornalistica che di fatto condusse alle sue dimissioni ci riporta alle notizia più succosa di questi giorni sotto il profilo del diritto costituzionale, ossia il conflitto di attribuzioni che il presidente della Repubblica ha sollevato nei confronti dei magistrati della procura di Palermo perché non questi ultimi non vogliono distruggere le intercettazioni che indirettamente hanno catturato un dialogo tra il presidente Napolitano e Nicola Mancino.

Brevemente i fatti all’origine del conflitto di attribuzioni. I magistrati intercettano l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino nell’ambito dell’indagine sulla c.d. trattativa tra istituzioni dello Stato e i vertici della mafia siciliana. Nell’ambito di quelle intercettazioni viene ascoltato, indirettamente, un colloquio tra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano, nel quale Mancino chiede al presidente di interessarsi della sua vicenda giudiziaria dal momento che, a suo parere, le indagini non sono condotte correttamente, perché senza adeguato coordinamento e dunque, in definitiva, perché si sente danneggiato. Tralasciando qui il merito della vicenda, che pure interessa certamente l’opinione pubblica, concentriamoci sulle intercettazioni delle parole del capo dello Stato. Si tratta di intercettazioni indirette dal momento che oggetto delle stesse non era il presidente della Repubblica ma Nicola Mancino. I magistrati che indagano sulla vicenda concludono che le parole di Napolitano non interessano per il procedimento in corso ma lasciano che rimangano agli atti, a disposizione delle parti. Il capo dello Stato ha sollevato conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale ritenendo che le sue conversazioni non potevano essere utilizzate anzi avrebbero dovuto essere distrutte immediatamente. Il caso tocca punti nevralgici dei rapporti tra poteri dello Stato e in effetti benissimo ha fatto il capo dello Stato ad investire della questione la Consulta, sostenendo che non lo ha fatto a difesa della propria persona ma delle prerogative della carica che riveste. La domanda posta ai giudici costituzionali è la seguente: il capo dello Stato gode di prerogative tali per cui è fatto obbligo ai giudici di distruggere le intercettazioni indirette di sue conversazioni, dal momento che il presidente della Repubblica, ai sensi della legge n. 219 del 1989, non può essere sottoposto a intercettazioni se non dopo la sua messa in stato d’accusa ad opera del Parlamento in seduta comune e dopo che la Corte costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica (art. 7, comma 3)?. La Costituzione (art. 90) chiama il presidente della Repubblica a rispondere solo per alto tradimento e attentato alla Costituzione. Qui non c’è nulla di tutto questo. Si tratta di intercettazioni dirette a qualcun altro all’interno delle quali è capitato di ascoltare una conversazione del presidente della Repubblica ma, attenzione, proprio con il soggetto su cui stanno indagando i magistrati e sulla medesima vicenda.

Qui, come ancora Lorenzo Cuocolo opportunamente ricorda, è questione di interpretazione. Secondo Piero Alberto Capotosti (cfr. Corriere della sera, 18 luglio 2012, p. 6 e 7) i giudici di Palermo hanno commesso due errori addirittura giudicati “enormi”: 1) hanno deciso di mantenere agli atti le intercettazioni indirette di Napolitano e 2) hanno valutato la rilevanza per il procedimento in corso. Sacrilegio!, sembra quasi esclamare il giudice emerito della Corte costituzionale. Le conversazioni del capo dello Stato non possono essere ascoltate, devono rimanere assolutamente segrete e, ove per avventura qualche magistrato si imbatta nella sua voce deve tapparsi le orecchie e immediatamente distruggere tutto!

A me pare maggiormente condivisibile, sotto il profilo giuridico nonché sotto il profilo dell’opportunità, la tesi di Franco Cordero, secondo il quale definire tabù l’ascolto delle conversazioni del presidente della Repubblica non ha un fondamento giuridico solido. Per due ordini di motivi. In primo luogo, secondo il professore emerito di procedura penale, perché bisogna pur tutelare anche le esigenze processuali delle parti. Non è escluso che le parti necessitino di avvalersi delle conversazioni, che non sono state ricavate in violazione della legge. E poi perché l’art. 271, comma 3, del codice di procedura penale prevede la distruzione delle intercettazioni, salvo che esse costituiscano corpo del reato. Se le parole dette in quelle conversazioni siano corpo del reato lo stabiliscono i magistrati. L’art. 271 c.p.p., secondo Cordero, smentisce la teoria di un “divieto assoluto” di ascolto delle conversazioni del presidente della Repubblica. Sarà la Corte costituzionale, in sede di conflitto di attribuzioni, a dirimere la questione ermeneutica.

In ragione della condivisione della tesi di Franco Cordero, a me pare comunque che nella vicenda si ponga un particolare interesse alla trasparenza e al tentativo di gettare luce su vicende storiche e politiche così fondamentali come la presunta trattativa. La trasparenza è un esercizio difficile ma estremamente necessario quando si voglia fare vera chiarezza su una qualche vicenda. Louis Dembitz Brandeis ebbe a dire “Sunlight is said to be the best of disinfectants; electric light the most efficient policeman”. E’ difficile non condividere le sue parole. La riservatezza delle persone è importante, certo, ma quando sono in gioco altissime cariche come la presidenza della Repubblica il prestigio delle istituzioni lo è molto di più. L’interesse superiore, a me pare, è quello di fare la maggiore chiarezza possibile su fatti così dolorosi come quelli della stagione delle stragi di mafia dell’inizio degli anni Novanta, dunque ritengo che il diritto di informazione, in questo caso, debba prevalere su quello alla riservatezza della conversazione o su prerogative che ancora la Corte costituzionale dovrà confermare.

Non ci sono persone e neppure istituzioni untouchables. Gli Untouchables erano quelli del famoso film di Brian De Palma ma, si badi bene, erano i cattivi.