[20-04-2012] Spending review: al via l’iter parlamentare tra alcune zone d’ombra

di Lorenzo Quilici, collaboratore presso la Camera dei Deputati

Il decreto sulla spending review, seppur vada nella direzione giusta, ossia snellire l’elefantiaco apparato burocratico del Paese e i suoi costi stellari, presenta diverse zone d’ombra. Sicuramente si poteva osare di più, andare più a fondo, invece si è fatto un inefficace slalom tra i veti senza riuscire realmente a scrollarseli di dosso e a puntare più in alto. La sensazione è che il governo abbia prodotto l’ennesimo compromesso senza riforme, o meglio, una riforma tiepida rispetto agli obiettivi iniziali, come quella del mercato del lavoro.

Lo Stato ha vissuto da tanti decenni, almeno tre, sopra le proprie possibilità: la spesa pubblica è stato per lungo tempo il più semplice e illusorio tra i moltissimi ammortizzatori sociali. C’è una specie di triangolo di ferro, come ha scritto Angelo Panebianco sul Corriere una decina di giorni fa,  a guardia del sistema fondato su alte tasse e alta spesa: è composto dalla burocrazia amministrativa, dal sindacalismo del pubblico impiego e dalle tante lobbies che campano di spesa pubblica.

Ora il decreto sulla spending review, dopo essere stato varato dal governo il 5 luglio, è all’inizio dell’iter parlamentare per la conversione in legge. Entro il 19 luglio saranno presentati gli emendamenti al testo, in Commissione Bilancio al Senato.

Come è noto, la spending review renderà possibile lo slittamento dell’aumento di due punti percentuali delle aliquote Iva che avrebbe dovuto aversi a partire dal 1 ottobre. Resta comunque qualche dubbio, come sottolineato dal Servizio Bilancio del Senato in un apposito dossier di analisi del decreto. Infatti, l’incremento dell’Iva ha sia sotto il profilo della competenza che  della cassa un effetto certo ed immediato, mentre i risparmi di spesa possono presentarsi incerti sia nell’ammontare che nei tempi di recupero.

Il decreto, come era prevedibile, è stata oggetto di forti pressioni da parte delle corporazioni e dei partiti: basta solo pensare alle varie marce indietro come ad esempio quelle sull’abolizione – prevista in un primo tempo – di alcuni enti del tutto superflui o sui mini-ospedali o sul taglio dei distacchi e dei permessi sindacali nel pubblico impiego.

Particolarmente insoddisfatta è l’Anci, da giorni ormai sul piede di guerra: il suo presidente, Graziano Delrio, ha affermato che la spending review è un’operazione “fatta sulla carne viva dei Comuni” e, per questo, ha annunciato che il 24 luglio i sindaci manifesteranno davanti al Senato per protestare contro i tagli. Le amministrazioni locali contribuiscono alla realizzazione delle risorse con una riduzione delle spese pari a 4,4 miliardi nel 2012, 10,4 miliardi nel 2013 e 11,2 miliardi nel 2014 (in percentuale delle risorse totali sono pari al 78 per cento nel 2012, al 68 per cento nel 2013 e al 67 per cento nel 2014). Invece, i risparmi di spesa a carico delle amministrazioni centrali, determinati in larga parte dalla riduzione delle spese dei ministeri e degli stanziamenti del fondo speciale di parte capitale, sono pari a 1,2 miliardi nel 2012, 3,5 miliardi nel 2013 e 3,7 miliardi nel 2014.

Chi si aspettava un taglio della spesa pubblica che andasse in profondità come avvenuto in Inghilterra – 20 miliardi di tagli mirati per più anni successivi – non può sfuggire all’impressione che qualcosa in più potesse essere realizzato. Si può senza dubbio affermare che quando a fine 2011 fu lanciata l’operazione, le prospettive erano ben più ambiziose.

Il rinvio dell’aumento dell’Iva al secondo semestre del 2013 è sicuramente un dato positivo, ma non è sufficiente: per uscire dalla stagnazione è necessario un segnale forte sulla pressione fiscale che oggi grava troppo pesantemente sul lavoro, sulle imprese e sulle famiglie.

Due sono principalmente gli elementi su cui la razionalizzazione dei tagli alla spesa pubblica poteva puntare in maniera più efficace: il primo, di immediata realizzazione, recuperare tempo e risorse da utili al fine di rimettere in moto l’operazione crediti-debito nel rapporto tra Stato e imprese, di nuovo arenatasi tra mille rinvii; il secondo, di prospettiva, coniugare una possente manovra strutturale di taglio alla spesa pubblica e di rimodulazione dell’architettura dello Stato ad una equivalente manovra per far ripartire l’economia, avendo come obiettivo la realizzazione dell’equazione virtuosa spending review=tax reduction. Tale messaggio in primis i mercati, ma anche i cittadini e le imprese, continuano ad aspettare.

Inoltre gli economisti hanno sottolineato come non si tratta di una manovra correttiva ma di una manovra in gran parte sostitutiva in quanto la destinazione delle risorse risparmiate è vincolata al rinvio dell’aumento dell’Iva e al finanziamento di nuove spese correnti, cosicché l’effetto sul deficit è sostanzialmente nullo, sia per questo che per il prossimo anno.

I tagli efficaci e radicali alla spesa pubblica (cresciuta a dismisura nell’ultimo decennio) necessari per abbassare la pressione fiscale e far ripartire lo sviluppo, restano quindi un obiettivo incerto e comunque lontano.