[17-07-2012] Napolitano ineccepibile, ma serve protezione per tutti

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

È formalmente ineccepibile la scelta del Presidente della Repubblica di sollevare conflitto di attribuzioni contro la Procura di Palermo, per le intercettazioni telefoniche che lo vedono coinvolto.

Il Capo dello Stato, simbolo dell’unità nazionale, gode di protezioni e immunità particolari. Tra queste, l’impossibilità di essere sottoposto ad intercettazioni telefoniche.

Come sempre, però, le leggi si interpretano. E l’interpretazione dei giudici palermitani sostiene la piena liceità delle intercettazioni nei confronti del Presidente. La tesi è questa: abbiamo intercettato Napolitano per caso, mentre ascoltavamo le conversazioni di Mancino. Il Presidente non era il bersaglio prescelto ed è irrilevante per le indagini quello che ha detto. Tuttavia le intercettazioni, prima di essere distrutte, devono essere valutate dal giudice per le indagini preliminari e dalle parti.

Tesi assai discutibile, soprattutto dopo il precedente del 1997, quando fu intercettato il Presidente Scalfaro. Quella volta, la prima e l’ultima, fino ad oggi, il Ministro della giustizia, con una lettura sistematica delle norme a tutela del Presidente, concluse per l’assoluta inutilizzabilità delle intercettazioni. Questa impostazione è condivisa da gran parte della dottrina: se una procura si imbatte per caso nella voce del Capo dello Stato, deve fermarsi e distruggere i nastri. Quello che i magistrati palermitani non vogliono fare.

Da qui la scelta del Colle di proporre un conflitto di attribuzioni contro la Procura della Repubblica. Il Presidente ne è sicuramente consapevole: un gesto che può sembrare “alla Berlusconi”, che lo espone a critiche. Neppure le parole di Einaudi, che Napolitano richiama nel suo decreto, serviranno a fermare le insinuazioni. Qualcuno, infatti, potrà ricordare che negli Stati uniti, la registrazione delle telefonate del Presidente Nixon fu uno degli elementi che lo condussero alle dimissioni.

La forma scelta da Napolitano è ineccepibile e lo strumento del conflitto fra poteri è quello che la Costituzione prevede per risolvere casi come questo. Ma viene da chiedersi: se fosse stata assicurata la distruzione dei nastri, sarebbe stato sollevato un conflitto formale fra poteri? Non è facile dirlo: sembra, infatti, che una forte preoccupazione sia quella che le intercettazioni finiscano sui giornali. La volontà della procura di Palermo di sottoporre i testi alla valutazione delle parti è un rischio troppo elevato. Non che le parole del Presidente incarnino chissà quale scandalo della Repubblica, ma è un rischio eccessivo, per il prestigio e l’autorevolezza dell’istituzione presidenziale, che una conversazione privata, per di più in tema di mafia, venga data in pasto alle prime pagine dei quotidiani.

Se, dunque, almeno una parte delle motivazioni di fatto che hanno spinto il Quirinale ad appellarsi alla Consulta è quella del rischio di pubblicazione delle telefonate del Presidente, il vero tema da affrontare è quello della riforma della normativa sulle intercettazioni, globalmente intesa, a prescindere da chi ne sia il destinatario. Il pericolo di fuga di notizie, infatti, riguarda tutti i soggetti intercettati: dalle più alte cariche dello Stato ai comuni cittadini. E se questo aspetto è ritenuto nocivo, può essere insufficiente e comunque sviante opporsi alla Procura con le immunità proprie della carica istituzionale.

Cercare un equilibrio – ad oggi ancora lontano – tra libertà di informazione e tutela della privacy dei singoli è doveroso. Ricordando, però, che le intercettazioni sono uno strumento essenziale per l’attività di indagine. Una cosa è limitare la pubblicazione delle telefonate. Altra cosa è limitare la possibilità per le Procure di indagare con i mezzi più efficaci.

(pubblicato sul Secolo XIX del 17-07-2012)