[11-07-2012] Il Presidente della Repubblica: tutt’altro che un “fannullone”

di Luigi Testa, dottore in giurisprudenza,  Università Bocconi

Determinazione dei fini; predisposizione dei mezzi; conseguimento del risultato. In una parola, anzi, in una sola locuzione: attività di indirizzo politico, almeno secondo lo schema del Martines. È contrario a giustizia, forse, ridurre così all’essenziale la sua mai completamente esplorata riflessione, ma, in fondo, si son ripresi i tre passaggi che l’Autore espressamente enuclea nella sua voce enciclopedica Determinazione dei fini, dunque: è questo il primo passaggio.

Roma, 9 luglio 2012. “Mi auguro che l’autorevole opinione dei Presidenti delle Camere, nel loro continuo rapporto con i Presidenti dei gruppi parlamentari, possa concorrere a sollecitare la oramai opportuna e non rinviabile presentazione in Parlamento di una o più proposte di legge elettorale”. È il nucleo della lettera del Presidente della Repubblica ai Presidenti delle Camere. Determinazione dei fini. Eppure, viene un certo imbarazzo a dire che il Presidente della Repubblica partecipi all’attività di indirizzo politico. E anche Martines, e non solo lui, si strapperebbe le vesti ad una simile affermazione. In realtà, per il Presidente della Repubblica è sempre stato così. La riflessione, sin dai lavori costituenti, si è sempre trovata d’accordo sulle sue definizioni in negativo – soprattutto nel ritenerlo estraneo almeno ai tre poteri classici dello Stato, ma quando poi si tenta una definizione in positivo ci si trova “dinanzi una serie estremamente ripetuta (ma non per ciò meno vaga o meno mitologica) di espressioni retoriche o comunque evocative di interventi dai contorni molto sfumati” [Paladin]. Tanto che a qualcuno come Nenni venne sin da subito il sospetto che “nella vita moderna di uno Stato repubblicano la figura del Presidente” potesse venire “eliminata senza nessun inconveniente”. “Un fannullone”, come ebbe a dire Vittorio Emanuele Orlando, con una funzione “soltanto decorativa”. Così, ancora costa un po’ di fatica ammettere una qualche funzione positiva del Presidente, che non sia la nomina di senatori a vita o di Cavalieri della Repubblica. Eppure è difficile dire che quella lettera ai Presidenti delle Camere – e così per altri episodi intervenuti nell’ultimo semestre – non sia un atto di indirizzo politico.

Ma forse c’è una soluzione di compromesso, che permette di ritenere per salva la forma di governo parlamentare. “Il Presidente della Repubblica è certamente estraneo all’elaborazione e alla realizzazione dell’indirizzo politico di maggioranza, ma non già a quello costituzionale. Anzi, il suo ruolo sarebbe proprio di conformare il primo al secondo in caso di attrito” [Cerase]. Il che significa niente altro che il Presidente della Repubblica interviene nel ciclo dell’indirizzo pubblico con competenze meramente di garanzia, principalmente – con parole proprio di Martines – “arrestandone il corso e modificandone il contenuto (qualora i rilievi del Capo dello Stato siano accolti dalla maggioranza) per renderlo conforme alla Costituzione, o stimolando l’esercizio dell’attività di indirizzo da parte di una maggioranza inerte o restia ad attuare la Costituzione ovvero segnalando – mediante messaggi – gravi necessità comuni od esigenze avvertite in modo diffuso nel Paese, all’infuori degli schieramenti della parti politiche”. Se dunque si vuol cominciare a dire qualcosa di positivo sul Presidente della Repubblica, forse con un po’ di coraggio si può cominciare col dire questo: che certamente egli partecipa a quello che si può definire l’indirizzo politico costituzionale. Ed indirizzo politico costituzionale è quello della lettera del 9 luglio – “segnalando esigenze avvertite in modo diffuso nel Paese” –, almeno nei termini in cui ne parla sopra Martines.

Una ricostruzione del genere ha il pregio di non tradire il modello parlamentare. Anzi – è interessante notarlo a pochi giorni della valutazione espressa dalla Commissione Affari Costituzionali, in Senato – una simile ricostruzione rafforza la consapevolezza della opportunità della scelta del Costituente di un’elezione indiretta del Capo dello Stato. In fondo, lo notava già Paladin nella sua voce sul Presidente della Repubblica, da una sua investitura popolare “conseguirebbe non già il rafforzamento ma la diminuzione, se non dell’autorità personale, della credibilità del Capo dello Stato”. Da una competizione elettorale, il Capo dello Stato ne uscirebbe non più come uomo delle istituzioni, ma come uomo della politica. E l’attività di indirizzo politico costituzionale, diremo quasi per definizione, non può che essere nelle mani di un uomo delle istituzioni, che rappresenti la Nazione, e non una maggioranza della Nazione. Da un suffragio popolare, diversamente da quanto superficialmente si potrebbe credere, il Presidente ne uscirebbe compromesso politicamente, ma, in fondo, certe “pressioni” sui Presidenti delle Camere gliele si “perdona” – con maggiore o minore facilità – proprio in quanto uomo non-politico, almeno nel senso deteriore del termine. “L’evaporazione del Padre – certo non meno evidente oggi di quanto lo fosse ai tempi di Lacan – trova una compensazione nella ricerca di Padri politici ai quali affidare quelle funzioni di riduzione della frammentazione che un tempo erano rimesse all’opera di selezione e sintesi partitica delle domande sociali” [Scaccia]. Il rischio è che, finito negli ingranaggi dei giochi politico-elettorali, il Presidente della Repubblica smetta di essere questo padre di cui, tutto sommato, ciascuno avverte la necessità.