[09-07-2012] L’interpretazione letterale dell’art. 33 della Costituzione: troppo difficile?

di Giancarlo Rando, docente di diritto pubblico comparato, Università G. Fortunato Benevento

“Vengono stanziati 10 milioni per le università non statali.” Così riporta il comunicato stampa che dà notizia dell’approvazione del decreto legge recante “disposizioni urgenti per la riduzione della spesa pubblica a servizi invariati” (c.d. spending review). L’Esecutivo guidato da Mario Monti, dunque, alla fine decide di ridurre la somma che originariamente aveva pensato di destinare alle università private (“private” significa, di fatto, con perifrasi tutta di italico stile, la locuzione “università non statali”), ma comunque decide di stanziare qualche fondo per esse.

In un primo momento era circolata la notizia che il Governo avrebbe voluto tagliare un certo ammontare di fondi destinati alle scuole pubbliche e destinare 200 milioni di euro alle scuole private. L’intento dichiarato, che è del resto quello di tutta l’operazione di spending review, è quello di ridurre la spesa e di migliorare l’efficienza. Si sarebbe potuto obiettare che, quantomeno nel caso delle università pubbliche, la scelta sarebbe stata discutibile innanzitutto perché l’idea di fare andare più veloce un mulo già gravato da molti pesi dandogli meno biada fa sorridere ma soprattutto perché trapelava che parte dei fondi risparmiati con i tagli alle scuole pubbliche sarebbero stati destinati alle scuole private. Proprio così. Qualcuno forse, come me, penserà che è come se Robin Hood avesse ad un certo punto deciso di rubare ai poveri per dare ai ricchi, ma tant’è, questa pare fosse l’idea del Governo. Per fortuna pare che l’Esecutivo abbia corretto, almeno parzialmente, la rotta iniziale. L’approvazione del decreto legge ci conferma però che, quale che sia l’origine di quei fondi, 10 milioni saranno destinati al finanziamento di università private.

La Costituzione italiana all’art. 33 così statuisce al terzo comma: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Come è stato puntualmente richiamato da Nadia Urbinati su La Repubblica del 5 luglio (Così viene umiliata l’istruzione pubblica, p. 1 e 26), a partire dalla legge n. 62 del 2000 (Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”) la parità tra scuole pubbliche e private in riferimento al valore del titolo di studio rilasciato è stata intesa anche come parità nella possibilità di ricevere finanziamenti pubblici. Si è affermata, dunque, la possibilità di erogare denaro pubblico anche alle scuole private. E ciò sulla base di una interpretazione ingegnosa quanto cervellotica della disposizione del comma 3 dell’art. 33 in combinato disposto con quella del comma 4 del medesimo articolo. Il comma 4 stabilisce che “la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello delle scuole statali”. La disposizione deve essere intesa nel senso che gli allievi delle scuole private non devono essere penalizzati rispetto a quelli delle scuole pubbliche, e così ad esempio l’ha interpretata la Corte costituzionale nella sentenza n. 454 del 1994 dichiarando incostituzionale la disposizione di una legge (art. 1, comma 1 della legge n. 719 del 1964) nella parte in cui non estendeva l’erogazione gratuita dei libri di testo agli alunni delle scuole private, non abilitate a rilasciare titoli di studio riconosciuti dallo Stato. Ad ogni modo, al primo anno dei corsi di laurea in giurisprudenza si insegna che tra i canoni dell’interpretazione giuridica il primo da utilizzare è quello letterale. Ma attenzione, si ammonisce subito dopo con un noto brocardo latino, non è quasi mai vero che “in claris non fit interpretatio”, ogni disposizione può avere differenti interpretazioni e dunque contenere in sé norme differenti. Se questo è vero a me pare, però, che la locuzione “senza oneri per lo Stato” significhi semplicemente in italiano che lo Stato non deve farsi carico, quantomeno finanziariamente, di sostenere l’esistenza delle scuole private. Le scuole private devono certamente essere messe nelle stesse condizioni di quelle pubbliche, ossia sarebbe incostituzionale negare  la parità dei titoli di studio da esse rilasciati a parità di programmi. Ma dal momento che le scuole private possono rimpinguare le loro finanze aumentando liberamente le rette, non si vede, nemmeno ragionando per pura logica, perché debbano essere sussidiate dallo Stato. La ragione di questa strana interpretazione dell’art. 33 della Costituzione sta forse, come ancora ricorda Nadia Urbinati nell’articolo sopra citato, nella volontà dei politici cattolici, in maniera bipartisan e trasversale, di accontentare le istanze delle scuole private di ispirazione cattoliche, che poi sono la stragrande maggioranza del totale delle scuole private.

Nel 1950 Piero Calamandrei ammoniva sul pericolo di svilire la scuola pubblica e addirittura descriveva passo passo il possibile iter verso la distruzione della credibilità dell’istruzione pubblica. Parole, come giustamente è stato notato, di straordinaria lungimiranza che meritano di essere riportate letteralmente. “L’operazione [per distruggere la scuola pubblica, ndr] si fa in tre modi : 1) rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. 2) attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. … Lasciare che gli esami siano burlette. 3) Dare alle scuole private denaro pubblico … Quest’ultimo è il modo più pericoloso. E’ la fase più pericolosa di tutta l’operazione … Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito.”

Seguendo la volontà dei padri costituenti, è così difficile dare all’art. 33 comma 3 un’interpretazione letterale?