[07-06-2012] Partiti e Autorità dipendenti

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Giornata nerissima, quella di ieri, per i partiti politici. Totalmente incuranti degli umori del Paese e della contrarietà ormai preoccupante dei cittadini, usano il voto, emblema della democrazia, per proteggersi, nella (ormai vana) illusione di perpetuare il potere.

Prima, la nomina dei componenti delle Autorità indipendenti. Poi, il no all’arresto del senatore De Gregorio, accusato di associazione a delinquere e il no alla sfiducia di Formigoni. Episodi diversi, ma accomunati dallo sprezzo per la trasparenza e per l’estremo tentativo di arroccarsi nelle stanze ovattate dei palazzi del potere, fingendo di non accorgersi delle grida e dei forconi sotto le finestre.

Si trattava di eleggere i componenti dell’Autorità garante della privacy e dell’Autorità per le comunicazioni. Quanto è accaduto si può riassumere in una parola: lottizzazione. Alla Camera, in particolare, ha prevalso un accordo di ferro tra Partito democratico e Popolo delle libertà che, in una perfetta logica spartitoria, ha portato alla nomina di persone di dubbie competenze tecniche e, soprattutto, di marcata appartenenza politica.

Le Autorità indipendenti sono, ormai, strumenti essenziali della democrazia. Quella sulla privacy ha assunto negli ultimi anni un ruolo crescente, sia per lo sviluppo delle nuove tecnologie, sia per il crescente rilievo della diffusione di notizie attinenti alla vita privata dei singoli. Quella sulle comunicazioni, fra l’altro, ha il compito di garantire il pluralismo televisivo e la correttezza dell’informazione. Il sale della democrazia, appunto, delegato da un Parlamento ormai incapace di adottare in tempi rapidi norme tecniche di grande complessità. Il tallone d’Achille delle Authorities è quello di non avere una diretta legittimazione democratica: non sono elette dai cittadini. Il modo principale per recuperarne autorevolezza ed indipendenza, allora, è quello di scegliere componenti davvero super partes e con competenze tecniche straordinarie. Per segnare la distanza tra l’uomo e l’ufficio, i giudici inglesi portavano la parrucca. I commissari delle Autorità vivono simile trasfigurazione in virtù delle proprie competenze e della distanza dall’attività politica. Non solo le Autorità debbono essere indipendenti, ma debbono anche apparire tali.

Purtroppo, l’esempio di ieri è la negazione di questi valori: della trasparenza nella selezione dei migliori; della verifica attenta delle competenze dei commissari, di una capacità di scegliere slegata dalle logiche di parte o, peggio, dal baratto tra Pd e Pdl, cioè tra i due partiti principali, almeno per ora.

Ancora un assist a Beppe Grillo, che non manca l’occasione per criticare partiti ed Autorità indipendenti, giudicate inutili e dannose. La verità è un’altra e la critica si deve concentrare sulla classe politica che, perdendo le ultime occasioni di dare un segno di rinnovamento (dopo la farsa della riforma del finanziamento pubblico ai partiti e lo stallo della riforma elettorale), contamina le istituzioni e si rivela la prima responsabile delle crepe in un sistema democratico che andrebbe protetto e difeso, non violentato.

Le notizie arrivate in serata hanno solo peggiorato il clima: da un lato, il Senato nega la possibilità di arrestare Sergio Di Gregorio, esponente Pdl coinvolto nell’inchiesta sul faccendiere Lavitola, dando ancora una volta la sensazione di utilizzare le prerogative parlamentari come privilegi dei singoli e non come garanzia delle istituzioni. Dall’altro lato, in Lombardia viene respinta la sfiducia a Formigoni: una legittima scelta politica, che però getta ulteriori ombre sulla capacità dell’intera classe politica di mostrarsi trasparente al giudizio dell’opinione pubblica, prima ancora che a quello delle corti.

(pubblicato sul Secolo XIX del 07-06-2012)