[25-05-2012] Riforma dei partiti? Solo a parole.

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

È penoso, a tratti, il tentativo dei partiti di vendere per buono un piccolo maquillage. Sembra di vederli, i nostri parlamentari: parlandosi gli uni gli altri in Transatlantico, si convincono della nobiltà delle loro intenzioni di riforma. Ma come pensano di convincere i cittadini? Come pensano che possa bastare una riformetta del sistema di finanziamento ai partiti, di fronte ad uno scenario che sta assumendo in modo sempre più chiaro i caratteri della catastrofe di un regime?
La Camera dei deputati sta esaminando in fretta e furia una nuova legge sul finanziamento pubblico ai partiti, sforbiciando qua e là, in un sistema che, comunque, rimane il più costoso d’Europa.
Anzitutto, è patetico che questo avvenga solo dopo la rumorosa affermazione del Movimento di Beppe Grillo alle elezioni amministrative. Le scelte prese per porre un rimedio posticcio, e dettate dal panico, saranno – è da scommettere – insufficienti e comunque sbagliate. Questo Parlamento, come i precedenti, ha per anni succhiato voracemente denari pubblici per finanziare nebulose attività politiche, in spregio alla volontà dei cittadini, inequivocabilmente espressa nel referendum abrogativo del 1993. Eppure ora, quasi per magia, tutti a preoccuparsi dell’urgenza di tagliare i fondi. Ma dov’erano in tutti questi anni? Chi ha approvato leggi e leggine che, sprezzanti del risultato referendario, hanno progressivamente imbandito la tavola dei contributi pubblici, per un’inarrestabile Grande Bouffe?
È anche risibile il tentativo di tenere fuori dalla porta il Movimento 5 Stelle, prevedendo la necessaria adozione di uno statuto. La forza di Grillo – qualcuno lo spieghi a Roma – sta proprio nel “non-statuto”, nel rifiuto di omologarsi ad un sistema. Non sono i contenuti programmatici ad affascinare: convince la ferma opposizione alla casta romana che, nell’immaginario collettivo, ha come unica via d’uscita l’abbandono della scena, non certo il cambio di qualche simbolo o di qualche regoletta.
Nel merito, sono numerose le pecche della riforma. Anzitutto aver previsto che i bilanci dei partiti debbano essere accompagnati da un semplice parere di una società di revisione. Dopo quello che è successo in questi mesi, sarebbe stata nettamente preferibile una vera e propria certificazione, che spostasse sull’ente di revisione la responsabilità del controllo, senza lasciare al partito la scelta di seguire o meno il parere richiesto.
Inoltre, suscita perplessità una commissione di controllo sui conti dei partiti, istituita per iniziativa parlamentare. Meglio sarebbe stato affidare le verifiche alla magistratura contabile, in modo da fugare ogni dubbio sull’indipendenza e sulla terzietà dei controllori.
È, poi, quasi delittuoso che sia stato bocciato l’emendamento volto ad impedire alle aziende pubbliche di finanziare le fondazioni politiche. Proprio così: si potranno utilizzare soldi pubblici per finanziare la fondazione di questo o quell’onorevole. Con il pericoloso cortocircuito che i consigli di amministrazione delle società pubbliche potranno finanziare i partiti politici che poi sono chiamati a nominare i consiglieri medesimi. E la chiamano riforma?
Di questi tempi sarebbe necessario tenere un atteggiamento responsabile, non soffiare sul fuoco di un populismo crescente. È però altresì doveroso denunciare un sistema malato, che si autoalimenta e si autodivora, come il mitico Saturno, insaziabile e avviluppato su se stesso.
Se questa è la capacità di rinnovamento del regime politico, è da giurare che le elezioni del 2013 porteranno novità epocali. I voti dati ai movimenti “contro”, sommati all’ancora più preoccupante astensione, condurranno fra pochi mesi al crollo del sistema. Quel che più spaventa, tuttavia, è che non sembrano esistere, ad oggi, credibili alternative politiche. Non sembra esistere un progetto, un disegno per ricostruire l’Italia.
(pubblicato sul Secolo XIX del 25-05-2012)