[24-05-2012] Taviani e la Costituzione economica

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

In pochi ricordano il contributo che Taviani diede in Assemblea costituente. Lui stesso, nel suo diario postumo, dedica appena un paio di pagine a quell’esperienza. Eppure, è da ritenere, fu uno dei segni più profondi che egli lasciò.

Taviani fu segretario del Direttivo DC alla Costituente. Presidente era Gronchi. Il politico genovese fu destinato alla sottocommissione per i diritti e i doveri economico-sociali. In altre parole, Taviani fu uno dei padri della nostra Costituzione economica. Rileggendo oggi gli atti dell’Assemblea costituente, emerge la grande modernità del pensiero tavianeo. Due, in particolare, i temi sui quali diede un apporto decisivo: la proprietà ed il lavoro.

La relazione di Taviani sulla proprietà è un vero e proprio tesoro di diritto comparato, con un continuo richiamo a Costituzioni di ordinamenti lontanissimi (forse anche in questo si può riconoscere lo spirito di esploratore di Taviani, che – più avanti – ne fece il massimo esperto di storia colombiana). La tesi di fondo, all’epoca tutt’altro che scontata, era che la Costituzione dovesse a tutti i costi riconoscere la proprietà privata. Taviani si scontrò apertamente con il presidente della sua commissione, l’on. Ghidini, per scongiurare la possibilità di abolire con legge la proprietà privata, come avveniva in Russia. Per Taviani, però, la proprietà privata doveva essere garantita solo se frutto di lavoro e risparmio: la speculazione ed il sopruso non meritavano tutela alcuna. In questo emerge chiaramente il concetto di proprietà come strumento della libertà della persona umana, organicamente concepita nella società.

Taviani sottolineava come la proprietà privata non potesse essere dominata dall’egoismo individuale, ma dovesse avere una funzione sociale. Tutti i cittadini dovevano essere messi in condizione di accedere alla proprietà privata: per questo Taviani riteneva indispensabile frazionare le grandi proprietà fondiarie, sull’acuta considerazione che un territorio limitato come quello italiano (gli piaceva dire che in Brasile sarebbe stato diverso) non poteva tollerare latifondi. Una curiosità: Taviani, in Assemblea costituente, difese apertamente anche la sua regione, pronunciandosi contro il concentramento forzoso delle proprietà eccessivamente frazionate, affermando che avrebbe penalizzato alcune aree del Paese come, appunto, la Liguria.

È anche comprensibile che Taviani si oppose a qualificare il diritto di proprietà come diritto “inviolabile”. La sua impostazione, infatti, poi accolta in Costituzione, riteneva che la legge potesse limitare la proprietà privata, qualora ciò fosse stato necessario per il conseguimento di finalità sociali. E qui si conferma la forte contrarietà di Taviani ad una visione meramente individualistica della proprietà.

Stesso approccio ebbe sulla trasmissione ereditaria, che egli considerava come un aspetto della proprietà privata: andava garantita, ma consentendo allo Stato di prelevare una parte dell’eredità, secondo disposizioni di legge.

Un’altra curiosità: nelle riunioni della Commissione per la Costituzione (la celebre commissione dei 75, guidata da Meuccio Ruini) Taviani intervenne anche – una sola volta – sulla famiglia, invitando con puntiglio il socialista Pietro Mancini, che aveva definito la famiglia come “società storica”, a valutare “secondo la più recente dottrina il fondamento della famiglia come società naturale”.

L’altro grande tema che lo vide protagonista fu quello – anch’esso attualissimo – del lavoro. Nelle prime sedute della sottocommissione, Taviani ebbe modo di affermare convintamente il valore etico, prima che giuridico, dell’inserimento del diritto al lavoro in Costituzione. Non ebbe dubbi a riguardo: tale formula era da scrivere nel testo costituzionale perché, se anche non poteva creare un obbligo immediato dello Stato nei confronti di ogni singolo cittadino in cerca di lavoro, nondimeno imponeva determinati orientamenti di politica economica, volti a perseguire la piena occupazione. Ugualmente, secondo Taviani, tale diritto si doveva specchiare nel dovere di lavorare, inteso come dovere di contribuire al progresso economico e sociale.

(pubblicato sul Secolo XIX del 24-05-2012, in occasione del centenario della nascita di Paolo Emilio Taviani)