[15-05-2012] Fondata sul lavoro

di Luigi Testa, borsista presso il Seminario di Studi e Ricerche Parlamentari “S. Tosi”

Ci furono applausi da ogni parte dell’Aula, quel 22 marzo 1947, quando fu definitivamente approvato il primo articolo della nuova Costituzione, con quel suo “fondata sul lavoro”. Qualcuno gridò anche “Viva la Repubblica”: qualcuno se ne turbò, ma noi, oggi, siamo abituati a grida meno nobili. Certo è che non era stata una roba facile. All’inizio, il 16 ottobre dell’anno precedente, c’era stata la proposta di La Pira: “Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale, e la sua partecipazione, adeguata negli organismi economici, sociali e politici, è condizione del nuovo carattere democratico”. Molto meno d’impatto della formula di Lucifero, “uno Stato di lavoratori”, o di Togliatti, “una Repubblica [democratica, aggiunse poi] di lavoratori”. “Il lavoro e la sua partecipazione prevalente o decisiva negli organismi economici, sociali e politici, è il fondamento della democrazia italiana”, aveva spiegato, in Commissione, il Segretario del PCI. E aveva specificato, a scanso di equivoci: “lavoratori del braccio e della mente”. Quella scelta lessicale – “fondamento” – era piaciuta, tant’è che il testo che arrivò al plenum dell’Assemblea Costituente recitava proprio così: “La Repubblica Italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Siamo ancora lontani dal bello stile dell’art. 1 cui siamo abituati. È triste che l’abitudine – e in più di sessant’anni ci si abitua eccome – faccia perdere il gusto anche delle cose più belle. Poi, il 4 marzo del 1947 comincia la discussione generale in aula; e restano storiche parole di Calamandrei: “Io, come giurista, mi domando: quando dovrò spiegare ai miei studenti che cosa significa giuridicamente che la Repubblica Italiana ha per fondamento il lavoro, che cosa potrò dire?”. In fondo, se pur forse con toni e accenti diversi, ce lo siamo chiesto tante volte anche noi. E alla fine eccola, la proposta di Fanfani, Grassi, Moro et alii: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. L’Assemblea approva. E il 26 gennaio del 1955, in quel discorso ai giovani sulla Costituzione che ancora commuove, Calamandrei troverà le parole giuste per i suoi studenti: “Fino a che non c’è la possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale”. “Fondata sul lavoro” è garanzia – o forse pretesa – di eguaglianza sostanziale. “Il lavoro si pone quale forza propulsiva e dirigente in una società che tende ad essere di liberi ed eguali”, aveva detto Ruini nella relazione di presentazione all’Assemblea. Garanzia – anzi, pretesa – di solidarietà sociale. “Mentre la proprietà può isolare, il lavoro unisce”, era intervenuto Saragat. In fondo, lasciare la democrazia senza il riferimento al lavoro avrebbe significato lasciare un vuoto, o addirittura permettere una pericolosa incompiutezza. Era stato notato, in Assemblea: tra le altre bandiere, il regime aveva sventolato anche quelle di presunte istanze democratiche. Quel “fondata sul lavoro” giustifica la scelta democratica; dà una legittimazione, innanzitutto politica, al potere del démos, quasi fondandolo. Un démos che non è sovrano perché possiede, ma perché, in ciascuno dei suoi membri, concorre al progresso della società. Un popolo che si rimbocca le maniche e si sporca le mani: su questo è fondata la Repubblica Italiana. E guai a dimenticare il fondamento.