[08-05-2012] Ferite che non guariscono

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Segue un mio intervento sul Secolo XIX di oggi, in merito all’attentato al manager Ansaldo, Roberto Adinolfi, compiuto ieri nella mia città. Il mio vuole essere un contributo personale alla memoria di quello che è stato e che non deve più essere. L.C.

Ferito in modo non grave, hanno ripetuto per tutta la giornata i mezzi di informazione. Purtroppo non è vero. Non sono i giorni di prognosi l’unità di misura. Certo, Roberto Adinolfi si rimetterà presto in piedi, e questa è una bellissima notizia. Ma la vita non sarà più la stessa, né per lui, né per i suoi famigliari.

Anche mio padre fu gambizzato in maggio. Era il 1979, io e mia sorella eravamo bimbi. Una sera papà non tornò a casa. Poi, nei giorni seguenti, mamma ci portò all’ospedale a trovarlo. Lui scherzava. Ma ricordo il piantone fuori dalla porta e tanti altri uomini armati. Fu la regola per moltissimi anni, ma non divenne mai un’abitudine.

La vita andò avanti, ma qualcosa era cambiato per sempre. Chissà come sarebbe stato, se qualcuno non avesse scaricato un’intera pistola su mio padre, costringendolo a vivere sotto scorta per dieci anni. Chissà come sarebbe stato poter uscire a passeggio con lui, prendere l’autobus insieme, andare a giocare fuori, come ora posso fare io con i miei figli. Chissà se saremmo stati più sereni. Penso proprio di sì.

Per questo dico che le ferite di Adinolfi e della sua famiglia non sono lievi. L’ingegnere è sicuramente forte. Ma cosa penserà, magari fra un anno, magari sovrappensiero, magari in un’altra bella giornata di primavera, quando distrattamente si accorgerà di qualcuno seduto sulla sella di un motorino sotto casa? E cosa penseranno in casa quando non lo vedranno tornare in orario, magari perché – in realtà – oggi c’è solo più traffico del solito?

L’ingegner Adinolfi, suo malgrado, si aggiunge ad una lunga lista di eroi silenziosi, che hanno come unica colpa quella di essere persone normali, che si alzano, portano i figli a scuola, lavorano e si impegnano per consegnare a chi verrà un paese migliore.

Tornerà più forte di prima, ma alcune ferite non guariranno mai. Non dimentichiamoci di lui. Ma, soprattutto, non dimentichiamoci di chi gli ha fatto male. Chi spara, oltre alle pene che la giustizia ci auguriamo gli infligga, deve avere per sempre la riprovazione di tutti. Perdono, forse: è un fatto personale che valuteranno le vittime. Ma nessuno sdoganamento storico o sociale. Nessun distinguo, nessun intellettualismo sofisticato, nessuna rilettura di comodo. Chi spara, o ha sparato, resterà sempre un criminale. E basta.

(pubblicato sul Secolo XIX del 08-05-2012)