[2012-05-07] Vaccinazioni facoltative e danno alla salute: la Consulta dice sì all’indennizzo

di Matteo Mattioni, dottorando in diritto internazionale e diritto privato e del lavoro, Università di Padova

La recentissima sent. 107/2012 della Consulta, redatta dal giudice Grossi, segna un importante passo avanti in un percorso intrapreso, quasi tre lustri or sono, in materia di indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie e trasfusioni.

La materia è disciplinata dalla l. 210/1992, approvata a suo tempo in ossequio ai principî individuati, oltre vent’anni fa, dalla stessa Corte (sent. 307/1990), la quale aveva evidenziato l’esigenza di un bilanciamento fra l’interesse alla salute collettiva, posto alla base della profilassi obbligatoria, e il valore della salute individuale. Il generale principio di solidarietà, se da un lato può far prevalere l’interesse collettivo su quello dei singoli, dall’altro lato impone di assicurare un’adeguata riparazione a chi abbia subìto un danno alla salute nell’attuazione dell’interesse della collettività.

Il giudizio trae origine dalla triste vicenda di una minore che aveva riportato una malattia cutanea, con gravi complicazioni ed esiti invalidanti, a seguito di una vaccinazione fortemente raccomandata attraverso un’intensa campagna di sensibilizzazione (si trattava, in particolare, di quella contro morbillo, rosolia e parotite). A seguito del ricorso da parte dei genitori per ottenere l’indennizzo, il giudice adito sollevava questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 della l. 210 in riferimento agli artt. 2, 3 e 32 Cost., nella parte in cui non prevede che il diritto all’indennizzo spetti anche ai soggetti che abbiano subìto danni irreversibili all’integrità psico-fisica per essersi sottoposti a vaccinazione non già obbligatoria, ma solo raccomandata.

La Consulta era già intervenuta sulla legge in questione con due decisioni d’illegittimità costituzionale (sent. 27/1998 e 423/2000), estendendo il diritto all’indennizzo a chi si fosse sottoposto a vaccinazione antipolio o antiepatite nel periodo antecedente a quello in cui tali profilassi, già vivamente raccomandate, erano divenute obbligatorie. Si trattava, però, di pronunce con effetti circoscritti alle sole vaccinazioni di cui si erano specificamente occupate.

Ma come consentire, anche nel caso del vaccino “triplo”, che il danneggiato sia costretto a sopportare, da solo, tutte le conseguenze negative di un trattamento sanitario effettuato non solo nell’interesse proprio, ma anche nello stesso interesse della collettività? Anche la vaccinazione volontaria, proprio come quella obbligatoria, è effettuata a tutela sia della salute del singolo, sia di quella collettiva – specialmente in considerazione degli elevati rischi di contagio in età scolare e prescolare. Coerenza vuole, quindi, che sia la collettività ad assumersi i relativi costi, condividendo le conseguenze negative della profilassi come quelle positive.

Inoltre, differenziare il trattamento tra quanti hanno subìto la vaccinazione per imposizione di legge e quanti vi si sono sottoposti spontaneamente, collaborando a un programma sanitario, si risolverebbe in una chiara irrazionalità della legge. In questo modo, infatti, si riserverebbe a chi si è determinato – per ragioni anche di solidarietà sociale – a tenere un comportamento di generale utilità, un trattamento deteriore rispetto a quello riservato a quanti hanno agito in forza della minaccia di una sanzione giuridica.

La Corte, ancora una volta, non ha avuto dubbi: la mancata estensione dell’indennizzo viola gli artt. 2 e 3 Cost. Di più, essa è contraria anche all’art. 32 Cost., in quanto vanifica, senza alcuna giustificazione, il diritto alla salute dei soggetti vaccinati, i quali, sottoponendosi alla profilassi anche in nome della solidarietà collettiva, abbiano riportato un danno irreversibile alla salute per un beneficio atteso da tutti.

Le vaccinazioni sono uno strumento di attuazione dell’interesse alla salute pubblica, il quale può essere realizzato tanto con l’imposizione per legge di un trattamento, quanto mediante l’incentivazione del trattamento attraverso una politica di sensibilizzazione e informazione: due tecniche diverse volte al conseguimento del medesimo scopo. Se così è, la ratio dell’indennizzo non può che essere quella di tutelare chiunque sia stato danneggiato dall’attuazione di questo interesse, senza distinguere tra condotte obbligatorie e condotte spontanee.

La sentenza in questione merita di essere letta per intero. Di essa colpiscono le considerazioni di carattere sociologico, in base alle quali la Corte ricostruisce il fondamento, sopra sintetizzato, dell’indennizzo ex l. 210.

Viene infatti riconosciuto un ruolo decisivo, nella prevenzione delle malattie infettive, alle campagne pubbliche di sensibilizzazione, volte a “raggiungere e rendere partecipe la più ampia fascia di popolazione”. In questa prospettiva, “è perfino difficile delimitare con esattezza uno spazio ‘pubblico’ di valutazioni e di deliberazioni (come imputabili a un soggetto collettivo) rispetto a uno ‘privato’ di scelte”. In sostanza, “i diversi attori finiscono per realizzare un interesse obiettivo − quello della più ampia immunizzazione dal rischio di contrarre la malattia − indipendentemente da una loro specifica volontà di collaborare: e resta del tutto irrilevante, o indifferente, che l’effetto cooperativo sia riconducibile … a un obbligo o, piuttosto, a una persuasione”.

Si assiste, infatti, all’ingranare di un meccanismo di “cooperazione involontaria nella cura di un interesse obiettivamente comune, ossia autenticamente pubblico”, ciò che determina “lo sfumare … del rilievo delle motivazioni strettamente soggettive” che hanno portato alla vaccinazione e, al contempo, giustifica “la traslazione in capo alla collettività … degli effetti dannosi”.

Così si approda, infine, al piano giuridico, e si spiega come mai la legge parli di indennizzo e non di risarcimento. La ragione sta nel fatto che, in questo “contesto di irrinunciabile solidarietà”, la misura della l. 210 è “destinata non tanto, come quella risarcitoria, a riparare un danno ingiusto, quanto piuttosto a compensare il sacrificio individuale ritenuto corrispondente a un vantaggio collettivo”. Non uno strumento privatistico, dunque, ma una misura di politica sociale dai marcati profili pubblicistici, in gran parte estranea alla logica, eminentemente economica, della responsabilità civile.