[28-04-2012] L’antipolitica e la confusione tra democrazia e demagogia

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari.

L’ondata di antipolitica che imperversa sul colpevole sistema partitico italiano spinge a rispolverare un illuminante libretto in cui Gustavo Zagrebelsky, all’indomani delle elezioni politiche del 1994, evoca il processo a Gesù come paradigma della democrazia negata. E’ il paradosso del «crucifige», gridato a gran voce dalla folla interrogata da Ponzio Pilato in merito alla sorte del «figlio di Dio e re dei Giudei», accusato dal Sinedrio di laesae majestatis, per essersi autoproclamato re, sobillando il popolo. Non riuscendo a trovare un accordo sul destino dell’imputato, le autorità coinvolte convergono sulla folla, attivando un processo che è però solo apparentemente democratico. In realtà, infatti, il popolo non è chiamato in causa perchè considerato un’autorità superiore, capace di decidere meglio degli esponenti del potere costituito ma è sono un mezzo cui il vero decisore fa capo per imporre la propria posizione, avvalorata e resa insindacabile dalla potenza dell’appoggio di massa.  In questo caso il popolo ha la percezione di essere determinante in una scelta che è invece presa da altri, si illude di essere protagonista mentre è solo una pedina mossa nell’interesse del potere. E’ l’uso strumentale della democrazia, che contempla la manipolazione dell’opinione pubblica in ragione di interessi di parte ed è reso possibile dalla presenza di un popolo che non è capace di agire autonomamente, ma soltanto di reagire alla scossa di una forza esterna.

La capacità popolare di attivarsi, organizzarsi e compiere scelte razionali e ponderate – non limitandosi a unirsi al coro di protesta di chi alza più la voce – è espressione delle democrazie mature. E’ questa, secondo Zagrebelsky, la differenza tra il popolo della democrazia (che agisce) e quello della demagogia (che reagisce).

In Italia, la popolarità dei movimenti partitici è proporzionale al livore con cui si esprime il malcontento verso la classe dirigente del Paese, ma il futuro della politica non può essere nei partiti di sfogo, che servono solo per incanalare la (pur legittima) frustrazione dell’elettorato. Prendere coscienza della propria responsabilità ed esercitare consapevolmente la sovranità sancita dal primo articolo della nostra Costituzione è un dovere che ricade sulla cittadinanza.

Un popolo protagonista è capace di agire, di scegliere, di controllare, di chiedere conto delle decisioni assunte e di punire politicamente chi si renda incapace o indegno del mandato di rappresentanza ricevuto. Un popolo pedina è capace di protestare, acclamando il Savonarola di turno, che si proclama paladino delle masse contro i poteri forti. Ma se è vero che «tutti coloro i quali santificano il popolo fanno così per poterlo usare»[1] non ci si stupisca se – ciclicamente –  anche i più popolari tra i populisti si rivelano non diversi dagli altri e cadono nella polvere.

Solo i bambini si affidano ciecamente a chi è chiamato a prendersi cura di loro e infatti non sono responsabili delle proprie azioni. Un popolo di adulti, che si ritenga tradito da chi è stato investito dell’autorità di governare nell’interesse collettivo non può limitarsi a lamentare l’oltraggio subito, ma deve assumersi le responsabilità delle scelte compiute nella cabina elettorale. Ciò significa  pretendere il rispetto delle regole, esercitare il diritto di intervenire nella selezione dei candidati, investire nella formazione della classe politica e – perché no -  attivarsi in prima persona per cambiare le cose che non vanno, con cognizione di causa.


[1] G. Zagrebelsky, Il «Crucifige!» e la democrazia, Einaudi, Torino 1995, p. 99