[26-04-2012] In un partito le regole sono (quasi) tutto

di Marco Plutino, docente di diritto pubblico, Università degli studi di Cassino

In un Pd che si propone come partito delle regole (partito basato sulle regole, proprie e del diritto oggettivo) succede di leggere che un commissario provinciale – peraltro persona scrupolosa e attenta alle regole tanto da segnalarsi da tempo come un apprezzato esperto di politiche della giustizia – affermi: “non ritengo normale e opportuno investire la magistratura ordinaria” o “l’unica cosa da chiedersi è se un organo esterno possa entrare nel merito di una situazione squisitamente politica”. Merito? Squisitamente politica? L’on Andrea Orlando parla della pronuncia dell’altro giorno del Tribunale di Roma secondo cui l’allora segretario provinciale di Napoli, Tremante, sarebbe stato illegittimamente rimosso a favore di un commissario ad acta, poi designato nella stessa figura di Orlando. Lasciamo state il merito politico e, soprattutto, giuridico della questione. Fermiamoci alla legittimità dell’intervento. I giudici ordinari da tempo entrano con prudenza – a richiesta degli iscritti – a sindacare il rispetto delle regole che il partito autonomamente si dà. Orlando lo sa benissimo, da esperto di organizzazione quale è, l’importante delle regole in un partito. Cos’è un partito rispetto al nostro ordinamento: una monade? La situazione dunque è tutt’altro che “squisitamente politica”. Non è di partito che si parla ma di diritto dei partiti. Che stia bene o non stia bene chiamare in causa i giudici è altra questione.

Il giudice non ha fatto altro che applicare – per come l’ha inteso interpretare – lo Statuto del Pd; il Pd ha annunciato in replica … che il commissariamento va a scadenza (che è una non ottemperanza, perché si produrrà proprio il risultato estremo – forse incidentalmente voluto – di non consentire a Tremante di arrivare al congresso come segretario uscente) e che in ogni caso impugnerà il provvedimento. Si può ragionare sulla portata normativa delle sue disposizioni – e questo è un conto – ma, domando, un iscritto di cui vengono calpestati diritti e garanzie a chi deve rivolgersi se il suo partito (leggi il suo sistema di giustizia interna) gli dà torto o non dà seguito alle sue istanze? Andare via? E’ un partito un organismo che funziona così, o comunque un partito che si conforma alle esigenze moderne e alle prestazioni che gli si richiedono?
L’articolo di riferimento è il 17, la cui rubrica reca: Poteri sostitutivi. Il caso è quello previsto dal secondo comma che, in parte, rinvia al primo, per cui è opportuno riprodurlo per intero.
“1. Per assicurare il regolare funzionamento della democrazia interna, in caso di necessità o di grave danno al partito in seguito a ripetute violazioni statutarie o di gravi ripetute omissioni, previa richiesta del quaranta per cento dei membri dell’Assemblea regionale o delle Assemblee delle province autonome e sentito il parere del relativo organismo di garanzia, l’Assemblea nazionale può convocare un’elezione anticipata dell’Assemblea e del Segretario regionale o delle province autonome, individuando allo stesso tempo un organo collegiale di carattere commissariale.
2. In caso di ripetute violazioni statutarie sulla medesima materia o di gravi ripetute omissioni, con la medesima procedura può essere nominato un organo commissariale ad acta per decidere sulle medesime materie per un periodo non superiore a sei mesi.
3. I poteri sostitutivi di cui ai precedenti commi possono essere autonomamente esercitati
dall’Assemblea nazionale qualora le relative deliberazioni siano approvate con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti”.
(…)

Secondo i giudici il commissariamento doveva essere sollecitato dal livello regionale, e non calato dall’alto del nazionale. E questa è questione di interpretazione che involge le diverse ipotesi previste dall’articolo. Punto. Di questo si parla. Sappiamo anche noi che non è sempre opportuno (e più spesso inutile) rivolgersi alla magistratura ordinaria per ottenere ragioni attinenti alla vita di un partito, ma, ripeto, quale altra soluzione, soprattutto se il buon senso – da una parte, dall’altra o da ambedue – viene meno? E ciò prescinde da quello che il sottoscritto può pensare di Tremante, di Orlando o dei giudici di Roma. E’ questione di regole e si risponde con le regole. Ottemperi, dunque, il Pd, oppure impugni, discutendo i profili di legittimità dell’intervento giudiziario. O, infine, ci cerchi in extremis una soluzione politica condivisa che metta fine alla questione giuridica (nei limiti in cui ciò è possibile, come di regola in politica è possibile). Se così non è, diamo voce alle regole.