[12-04-2012] Proposte in tema di finanziamento ai partiti: tra idee brillanti e rischio di demagogia

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Le note vicende politiche succedutesi negli ultimi mesi a proposito degli sperperi dei partiti (destinatari di finanziamenti pubblici) offrono innegabili spunti di riflessione sul tema.

E’ amaro ammetterlo: tali spunti, spesso, giungono solo in situazioni di emergenza, ma si sa, il nostro paese vive di sussulti e di situazioni emergenziali.

Da un lato (come ha evidenziato anche Il Ricostituente negli scorsi mesi) i recenti scandali hanno riproposto l’attenzione sulla necessità di una legge sui partiti la cui vita interna oggi, come noto, si basa solo sulle (poche) regole in tema di associazioni non riconosciute poste dal Codice civile (artt. 36 e ss.).

Di conseguenza è stato riproposta la questione dei controlli sui bilanci dei partiti e, come corollario, l’analisi sul sistema del loro finanziamento.

Su quest’ultimo punto c’è molto fermento ed un po’ di confusione.  Molta demagogia e “gattopardismo”, quando invece la questione richiederebbe analisi ragionate e possibilmente tecniche, analisi su cui il Governo (dei tecnici) non guasterebbe se dicesse la sua.

In ogni caso, il dato di partenza, come osservato acutamente da Luigi Zingales, anche se rischia di essere impopolare è molto semplice: «la politica costa», ma «il problema non è tanto di costo, ma di rapporto costi benefici». La ratio per cui gli stati democratici moderni hanno vari sistemi di “sostegno alla politica” (il termine è vago, ma rende l’idea) consiste proprio nel tentativo di ampliare la partecipazione e rendere la politica accessibile a chi idee e poche risorse. Inoltre, i soldi alla politica aiutano (o dovrebbero aiutare) i cittadini a scegliere i rappresentanti migliori. Ed in tal caso sarebbero soldi ben spesi in quanto, dice sempre Zingales, «il costo di un cattivo governo è di molte volte superiore».

C’è dunque la necessità di regole chiare ed al contempo la necessità che non sparisca il finanziamento pubblico. Il sostegno alla politica ed ai partiti, infatti, non può essere demandato tutto ai privati ed alle regole del mercato: la dannosa conseguenza sarebbe il ritorno ad una politica solo per ricchi o, ancor peggio, sottomessa alle lobbies che, in cambio di risorse, chiederanno poi voti in Parlamento.

Nell’impervio dedalo di opinioni sollevate in questi giorni, ci sono due proposte che meritano un approfondimento. La prima è quella avanzata dal giurista americano Larry Lessig nel suo ultimo libro “Republic, Lost. How Money Corrupts Congress–and a Plan to Stop It”. Si tratta di un sistema di matching funds per cui il cittadino può donare al partito una somma (il massimo è 100 dollari) e lo Stato di conseguenza raddoppia la cifra donata, per cui si bilanciano pubblico e privato e si limita il poteri dei gruppi sui partiti, rendendo però al contempo gli stessi partiti direttamente responsabili verso i propri finanziatori.
La seconda (anticipata dal Sole24Ore dell’11 marzo) consiste nella proposta appena presentata dall’economista Pellegrino Capaldo presso la Cassazione per procedere poi alla raccolta delle 50.000 firme necessarie per intraprendere l’iter dell’iniziativa legislativa popolare (art. 71 Cost.).

Il sistema qui delineato prevede di abrogare la legge sul finanziamento dei partiti e sostituirla con un meccanismo di credito d’imposta. Il cittadino può scegliere se sostenere la politica, e nel caso lo faccia lo Stato gli garantisce un credito d’imposta pari al 95% del contributo versato, con un tetto sino a 2.000 euro.

Per esser chiari, su un contributo di 2.000 euro il privato ha un costo effettivo di 100 euro e 1.900 restano a carico dello Stato, sotto forma, appunto, di credito d’imposta. Così, sembra suggerire la proposta di Capaldo, il costo principale rimane di provenienza pubblica ma il cittadino sarebbe direttamente coinvolto nella scelta del se (e quanto) contribuire, favorendone quindi (forse) anche la partecipazione.

Il tutto, di questi tempi è doveroso dirlo, con il rischio che nell’attuale fase di crisi storica dei partiti, alle prossime elezioni siano davvero un’esigua minoranza i privati che garantiranno il loro contributo economico, anche con il “premio” del cospicuo credito d’imposta.

Insomma, gli obiettivi per una riforma del finanziamento pubblico sono molteplici: in primis garantire trasparenza ed un complessivo risparmio per il pubblico (l’Italia nel 2011 ha rimborsato 189,2 milioni di euro ai partiti contro i 74,8 milioni della Francia). Le strade, come visto, sono molte ma è bene non cadere in facili populismi, in quanto la competizione elettorale è importante, aiuta a scegliere classi dirigenti e cancellare del tutto il contributo pubblico significa negare la possibilità di ingresso a nuove formazioni politiche, salvo che siano particolarmente opulenti.