[08-03-2012] L’Italia è un Paese per donne

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari.

Chiunque viva nel mondo non può fare a meno di constatare la presenza diffusa in ogni campo di eccellenze femminili. Sembra incredibile che fino al 1948 le donne italiane fossero considerate dalla legge subordinate al «capofamiglia» (padre o marito), eppure le pari opportunità sancite dalla Costituzione repubblicana a lungo sono rimaste lettera morta. Per anni il diritto di eguaglianza è stato contemperato con il principio dell’unità familiare, sull’altare del quale è stato spesso sacrificato. I passi compiuti verso la conquista della parità sono enormi. Solo nel 1960 la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo il disposto di una legge che precludeva alle donne l’accesso alle funzioni giurisdizionali; oggi il 40% dei magistrati è donna e la percentuale è destinata a salire, visto che tra i vincitori dei concorsi circa 60 su 100 sono di sesso femminile. Solo nel 1977 venne abrogata una legge del 1934 che accomunava donne e fanciulli, considerandoli «mezze forze di lavoro», meritevoli di protezione contro lo sfruttamento; oggi una legge impone la presenza di una quota minima di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate. Alla Rai, in Confindustria, nel sindacato, nel mondo delle professioni e dell’imprenditoria le donne hanno conquistato ruoli di leadership e, nonostante nella maggioranza dei casi le posizioni di vertice siano ancora occupate da uomini, il tempo sta facendo il suo corso e, se il riconoscimento del merito verrà affermato nel naturale avvicendamento nelle funzioni, si giungerà necessariamente a un riequilibrio della situazione.

C’è però un settore in cui le donne – in contrasto con quanto accade nel mondo reale – restano confinate a ruoli decorativi e  tendenzialmente umilianti. E’ l’ambito della comunicazione e dello spettacolo, soprattutto televisivo, in cui alla varietà di personaggi maschili, eterogenei per età, ruolo sociale e funzioni si accompagna un modello unico di ragazza giovane, spensierata ed esteticamente omologata. Nelle trasmissioni di intrattenimento e divulgazione le donne sono prive di competenze e hanno quasi sempre un ruolo superfluo, prescindente da doti specifiche che non siano legate all’aspetto. Lo stile soubrette impera e si applica a tutte le categorie televisive, dalle giornaliste alle “metereologhe”, sminuendo chi ha studiato e lavorato per acquisire una professionalità. Ci sono eccezioni eccellenti che non sono però sufficienti a smentire la regola. La raffigurazione standardizzata e riduttiva delle donne televisive preoccupa perché in una società in cui la tv funge da alternativa economica alla babysitter, i bambini – bisognosi di modelli – da lì traggono ispirazione. Non si intende criminalizzare né escludere le vallette dalla ribalta televisiva, tuttavia l’assenza di figure alternative cui guardare con ammirazione può condurre a identificare nel modello vedette l’ideale femminile di successo, mentre è vero il contrario.  Basta guardarsi intorno per riconoscere donne straordinarie sulle cui spalle gravano le responsabilità lavorative e le incombenze familiari, eppure la tv non si occupa di loro e loro, d’altra parte, loro sono troppo impegnate per curarsi della tv.