[05-03-2012] Profonda riforma, (solo) sulla carta

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Che il Parlamento e le attuali forze politiche riescano a produrre un progetto di legge è già una notizia. Se poi si tratta di riforma della Costituzione, è tema da prime pagine. I cosiddetti “tecnici” dei partiti che formano l’attuale anomala maggioranza parlamentare hanno diramato ieri, un po’ a sorpresa, notizie sul progetto per una “forte rappresentanza”, un “forte Parlamento” e un “forte governo”.

Il primo profilo, quello della rappresentanza, è sicuramente destinato a colpire l’opinione pubblica: finalmente si mette mano al numero dei parlamentari. La riduzione, però, è tutt’altro che drastica. Solo il venti per cento in meno: ancora più di cinquecento deputati e duecentocinquanta senatori. Più degli Stati uniti, paese che – però – ha il quintuplo dei nostri abitanti ed un territorio trenta volte più grande del nostro. Insomma, si può fare molto di più.

Quanto al Parlamento, le novità sono ben più significative: la bozza prevede, infatti, il superamento del bicameralismo perfetto. Se, oggi, tutte le leggi devono essere approvate nell’identico testo sia dalla Camera, sia dal Senato, in futuro potrà bastare il voto di una camera, e l’intervento dell’altro ramo del Parlamento sarà “eventuale”, con un’evidente semplificazione..

Poi c’è un importante elemento di “federalismo”: alla Camera, infatti, verranno assegnate le materie di interesse nazionale, al Senato quelle che toccano anche gli interessi delle Regioni. Non si tratta di un vero Senato federale, ma è un forte passo in avanti verso una differenziazione funzionale che valorizzi la Camera alta come Camera delle autonomie.

Ma la parte più importante è quella del “forte governo”. Torneremo ad avere un Capo del Governo, non un semplice primus inter pares. Solo il Presidente del Consiglio, infatti, otterrà la fiducia delle Camere. I Ministri, per contro, diventeranno suoi fiduciari, che lui potrà scegliere, ma anche mandare via, in caso di sopravvenute divergenze di vedute (chi ricorda Berlusconi, quando si lamentava di non poter mandare a casa Tremonti?). E non è finita: il Presidente del Consiglio disporrà, di fatto, del potere di scioglimento delle Camere. Questa è forse la modifica più incisiva rispetto ad oggi: basti pensare alla regia di Napolitano nella crisi del governo Berlusconi, e alla sua ferma contrarietà a tornare ad elezioni anticipate, per capire come, nel nuovo sistema, il premier potrà usare l’arma dello scioglimento per andare al voto nel momento più propizio, spuntando di molto le armi del Presidente della Repubblica. Rilevantissima anche l’introduzione della possibilità di far cadere il governo solo con la maggioranza assoluta dei voti in Parlamento, anche se non è chiaro se debba essere contestualmente proposto un esecutivo alternativo, come avviene nella “sfiducia costruttiva” di stampo tedesco, o se invece sia sufficiente il carattere “distruttivo” alla francese. Un punto che può sembrare secondario, ma è invece centrale, è la “data fissa” nella discussione dei provvedimenti: il Governo, cioè, potrà imporre al Parlamento un preciso calendario dei lavori, evitando estenuanti lungaggini e comportamenti ostuzionistici esasperati.

Una buona riforma? Presto per dirlo. Di sicuro il segno di vita delle forze parlamentari è positivo. Vedrà mai la luce? Purtroppo la sfiducia in questi partiti e nel sistema che incarnano rende d’obbligo la prudenza e forse anche una vena di pessimismo, soprattutto a pensare che il dibattito si intreccerà con la riforma della legge elettorale e che – dunque – i personalismi e le rendite di posizione rischieranno, ancora una volta, di rovinare tutto.

(pubblicato sul Secolo XIX del 05-03-2012)