[2-03-2011] Qualche dubbio sui «Tribunali delle imprese» di Monti

di Michela De Santis, Dottore in Giurisprudenza, Laureata presso l’Università Bocconi

Nell’ormai noto Decreto sulle «liberalizzazioni» (Decreto Legge 24 gennaio 2012, n. 1) ai giuristi colpirà l’introduzione di quelli che dalla stampa sono stati ribattezzati i «Tribunali dell’Economia» (art. 2, rubricato «Tribunali delle imprese»).

Di che cosa si tratta? In realtà, come qualcuno ha tenuto a sottolineare sin dal principio scongiurando dubbi di costituzionalità, non sembrerebbe trattarsi di una vera e propria novità, i.e. di tribunali ad hoc per l’economia di nuova introduzione.

Il decreto andrebbe infatti semplicemente ad estendere le materie di competenza delle (già presenti dal 2003 presso taluni tribunali) «sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale», quindi a sostituirle, anche sotto il profilo terminologico, con «sezioni specializzate in materia di impresa». Ciò, si badi bene, senza costi aggiuntivi, senza aumentare l’organico della magistratura e senza corsi di formazione per i futuri «specializzati» magistrati d’impresa, come del resto era già accaduto nel 2003. L’intento del governo, con questa novità, è quello di garantire alle imprese un accesso alla giustizia più rapido ed efficace, nonché di attrarre imprese  straniere nel nostro Paese (come ha sottolineato il Ministro Paola Severino) la cui reticenza, stando sempre al ragionamento del Guardasigilli, può dirsi connessa anche alla nota-in-tutto-il-mondo situazione della giustizia italiana. Dovrebbero essere in tutto venti le «sezioni specializzate in materia di impresa»:  le dodici sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale già esistenti  (e quindi già interessate dal D.L.) più, stando all’ultimo emendamento presentato dal governo, sette sedi di nuova istituzione nei capoluoghi di Calabria, Basilicata, Molise, Abruzzo, Marche, Umbria e Sardegna, e una del Tribunale e della Corte d’Appello di Brescia, presso cui si incanalerà “tutto” il contenzioso d’impresa  e per le cui controversie il D.L. ha altresì quadruplicato il contributo unificato.

Tali sezioni saranno dunque competenti, d’ora in poi, oltre che in materia di proprietà industriale ed intellettuale, anche in materia di concorrenza sleale, diritto d’autore, class action e (soprattutto) di talune cause inerenti le Società per Azioni e le Società in Accomandita per Azioni, tra cui quelle tra soci, quelle relative al trasferimento di partecipazioni sociali, le impugnazioni di delibere assembleari, quelle inerenti i  patti parasociali, azioni e cause contro i componenti di organi amministrativi e di controllo, e altre ancora.

Si tratta, è evidente, di una competenza decisamente più ampia ed eterogenea rispetto a quella delle sezioni specializzate istituite nel 2003. Così, a fronte dei dubbi sollevati all’inizio e dei condizionali delle prime righe, sorge da ultimo la seguente domanda: si tratta, anche in questo caso, di una mera specializzazione o di qualcosa di più? Perché se la risposta fosse «qualcosa di più»,  dubbi sull’effettiva, e sempre più impegnativa, specializzazione richiesta ai magistrati italiani potrebbero sorgere, così come qualche dubbio di costituzionalità scongiurato dal dato iniziale del D.L. che di fatto prevede una mera estensione di competenze. La Carta costituzionale vieta la costituzione di tribunali speciali o straordinari (art. 102, co. 2 primo periodo, Cost.), ma ammette l’istituzione presso gli organi giudiziari esistenti di «sezioni specializzate in determinate materie» (art. 102, co. 2 secondo periodo, Cost.). Certo, la nozione mediatica di «tribunali dell’economia», così come la stessa rubrica della nuova norma, non va a favore della Costituzione, ma questo poco conta.  Ciò che conta è che si tratti solo di «determinate» materie e non, come si diceva, di  qualcosa di più.

In ultimo, ci deve domandare se la misura adottata dal Governo Monti  sia realmente in grado di garantire maggiore efficacia al contenzioso commerciale e, ancor di più, di attrarre  le economie e le imprese straniere. Sotto il primo profilo, pensando a tempi inevitabilmente meno lunghi come conseguenza della separazione del contenzioso commerciale da tutto il resto del contenzioso che ingolfa i tribunali italiani, la soluzione del Governo Monti potrebbe  apparire efficace (anche se il fatto che non vi sia incremento di organico fa sorgere, anche sotto questo aspetto, un certo scetticismo). Che  poi una tale misura sia addirittura in grado di attrarre le economie straniere, questo sembra un obbiettivo davvero troppo ambizioso. Le imprese straniere contano sempre più, specie nei rapporti internazionali, su strumenti alternativi alla giurisdizione ordinaria, così evitando, oltre alle lungaggini dei tribunali ordinari, problemi di competenza e giurisdizione, e così potendo contare su giudici-arbitri specializzati nel campo dell’economia, del commercio e delle pratiche internazionali, scelti dalle imprese stesse proprio sulla base della loro maggiore o minore «specializzazione». È il caso dell’arbitrato, ad esempio, strumento sempre più utilizzato dagli operatori del commercio internazionale (tenuto conto del limite dell’arbitrabilità delle controversie). Forse migliorare il funzionamento di tale istituto, anche sotto il profilo di una maggiore cooperazione tra arbitri e giudici dello Stato, poteva essere, questo sì, un modo per conquistare un po’ di fiducia da parte delle imprese straniere sempre più scettiche a scegliere l’Italia come sede di arbitrati  e di… affari.