[28-02-2012] Decreto legge tra Governo e Parlamento: unicuique suum.

di Luigi Testa, borsista presso il Seminario di Studi e Ricerche Parlamentari “S. Tosi”

Che il decreto legge fosse una bella rogna, in realtà, è stato fin sempre noto. E lo era, in fondo, sin dal dibattito in Costituente. Poi, di questa rogna, se n’è dovuta caricare più volte la Corte Costituzionale – e il pensiero non può che andare subito a tutta la questione della reiterazione e non reiterazione. E l’ultimo chi-va-là l’abbiamo avuto la scorsa settimana. “Stop agli emendamenti non pertinenti con il decreto da convertire”. E a dirlo non è stato il Presidente Napolitano; o meglio, è stato anche lui, con un messaggio ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio; ma, prima di lui, era stato di nuovo il giudice delle leggi, con la sentenza n. 22 del 2012.

Con una presa di posizione che non è proprio un coupe de théâtre – e, del resto, la stessa Corte richiama alcuni precedenti, in sentenza –, la Consulta afferma solennemente che sono da ritenersi costituzionalmente illegittime quelle norme aggiunte in fase di conversione che non presentino carattere di omogeneità con il disposto del decreto governativo. E non potrebbe essere diversamente, in realtà.  Si ricorderà, infatti, che l’orientamento dominante e costante in materia di decretazione d’emergenza è stato da subito quello di ritenere che l’art. 77 della Costituzione consacri i decreti legge come “espressione di una potestà normativa primaria” [Modugno, 2002]. Ma se è così, la decisione su quale sia la materia per cui ricorrono i presupposti di necessità e urgenza non può che spettare al Governo soltanto, unico titolare della speciale potestà normativa di cui all’art. 77, Cost. Se il Parlamento intervenisse gonfiando il decreto legge con altri contenuti, dal carattere disomogeneo rispetto alla materia iniziale, di fatto si starebbe surrogando al Governo nell’esercizio di una potestà che non gli è propria. Non a caso, la Corte afferma che “ove le discipline estranee alla ratio unitaria del decreto presentassero, secondo il giudizio politico del Governo, profili autonomi di necessità e urgenza, le stesse ben potrebbero essere contenute in atti normativi urgenti del potere esecutivo distinti e separati”. Ma solo al Governo spetterebbe la decisione, non certo al Parlamento – il quale potrebbe invece regolarmente percorrere la strada della legislazione ordinaria. In fondo, qui, è tutto un problema di separazione dei poteri. Certo, suona un po’ strano, così; suona strano perché quando si pensa al decreto legge, si pensa ad una “incursione” del Governo nel ruolo del Parlamento. Eppure, se abbandonassimo per un attimo  soltanto gli schematismi della “forma demenziale della divisione rigida ed assoluta” [Silvestri, 2009], si illuminerebbe subito un altro profilo: separazione dei poteri è anche che il Parlamento non rompa gli argini laddove il potere – in senso oggettivo, si intende – è pacificamente riconosciuto ad un altro soggetto istituzionale. Il che non significa, evidentemente, che al Parlamento sia precluso di esercitare una sua opzione normativa: lo potrò certamente fare, ma nell’esercizio della sua – questa sì – potestà legislativa, che è quella che passa per l’art. 72 della Costituzione. Unicuique suum, insomma.

Certo, la corsa del Parlamento a riempire il decreto legge di materie disomogenee rispetto a quella individuata dal Governo richiederebbe una riflessione forse più ampia, e più impegnativa. Si tratta di riflettere sulla necessità, o almeno sull’opportunità, di meccanismi che rendano più agevole il procedimento legislativo ordinario, raccogliendo la sfida di una democrazia che è sempre più “dromocrazia”, come ha scritto qualche autore d’Oltralpe. Una riflessione, forse, più urgente di quello che si pensi. Almeno, se si vuole evitare che davvero i nostri Parlamenti finiscano per somigliare sempre più soltanto alle vecchie famiglie reali europee [Attali, 2007].