[19-02-2012] Sul finanziamento dei partiti politici

di Francesco Clementi, docente di Diritto pubblico comparato, Università di Perugia

Il modo in cui sono disciplinati i partiti negli ordinamenti democratici è ipso facto indice qualitativo, oltre che quantitativo, di come viene concepita la democrazia in un Paese.

Nel tempo, i maggiori ordinamenti di democrazia pluralista hanno seguito, sostanzialmente, due strade: disciplinare i partiti con una legge ad hoc, come in Germania o più di recente in Spagna, che definisca natura, caratteristiche, funzioni dei partiti (e delle fondazioni politiche loro collegate), riconoscendogli un finanziamento diretto e trasparente; oppure, in alternativa, come in Francia, disciplinare la sola funzione che i partiti svolgono nel momento elettorale, senza ulteriori riconoscimenti. Di certo, non esiste ordinamento democratico che non preveda un accettabile finanziamento pubblico del momento elettorale come garanzia minima di uguaglianza delle chances di partecipazione di tutti alla vita politica (ciò vale financo negli Stati Uniti, dove il privato la fa da padrone nel finanziare la politica).

L’ordinamento italiano, sul punto, ha avuto da sempre un atteggiamento ambiguo, nonostante il dibattito risalga fino alla Costituente. Se da un lato, infatti, i partiti politici sono le uniche associazioni costituzionalmente abilitate “a concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (ex art. 49 Cost.), dall’altro essi sono regolati come mere associazioni non riconosciute (ex art. 18 Cost.). Si licet, come un qualunque circolo delle bocce. Eppure, perfino lo stesso il diritto comunitario, dal 2003, prevede finanziamenti pubblici ai soli partiti a livello europeo dotati di «personalità giuridica nello Stato membro in cui ha sede».

Libero da ogni controllo sul finanziamento fino al 1974, in quell’anno il sistema politico-partitico decide di approvare una legge sul finanziamento pubblico ai partiti, preservando però la loro natura di associazione privata. Tale scelta, nella più pesante “repubblica dei partiti” dell’occidente, tuttavia, non poteva non portare a degenerazioni, abusi, corruzione. Così, già nel 1978, vi è un referendum (fallito) contro il finanziamento pubblico, mentre non fallisce quello del 1993, sull’onda di Tangentopoli.

Crollato il sistema dei partiti della c.d. prima Repubblica e il loro finanziamento pubblico, neanche i nuovi partiti che nascono hanno la forza di approvare una legge che li disciplini e che dimostri, oltre il momento elettorale, la loro natura di strumenti –primi, ma non soli- per consentire la partecipazione dei cittadini alla vita politica. Anzi, attraverso la soluzione dei rimborsi elettorali, si continua ad aggirare il problema, fino ad arrivare, modifica dopo modifica, a finanziare tanto i partiti attivi quanto quelli estinti (ma non a bilancio chiuso). Naturalmente, riesplodono la corruzione e gli abusi, cresce l’astensionismo, divampa l’antipolitica.

Oggi, nel bisogno urgente e essenziale dei partiti di autolegittimarsi, qualcosa però sembra muoversi, come dimostra tanto il progetto di legge presentato da Casini (A.C. 4956) quanto quello appena presentato da Bersani.

D’altronde, essendoci una logica complessiva nella forma di governo, ponendo mano alla legge elettorale diviene necessario disciplinare –e stavolta, a fondo- anche il finanziamento della politica. Stando attenti, peraltro, a non rendere le due discipline, tra loro, strabiche e asimmetriche.

Tuttavia, questo non basta.

Infatti, l’odierna modernità della vita politica di una società complessa impone anche: di incentivare, in piena trasparenza e nel rispetto di controlli rigidi, la ricerca di un finanziamento privato prima di quello pubblico, attraverso strumenti di defiscalità; di vincolare il finanziamento pubblico alla democratizzazione interna dei partiti e al rispetto dell’art. 51 Cost, come già alcuni testi fanno proprio (per es., A.C. 4194, Veltroni et alii); infine, di riconoscere uno statuto giuridico ad hoc anche alle fondazioni politiche create da politici in carica. Infatti, si tratta ormai di soggetti politici tout court che, fuori e dentro i partiti, operano appieno, senza però alcun penetrante controllo sui loro finanziamenti.

Se davvero gli sregolati vorranno regolarsi, queste scelte non sono eludibili.

(pubblicato su Il  Sole 24 Ore del 18-02-2012)