[12-02-2012] Sulla responsabilità civile dei magistrati

di Francesco Clementi, docente di Diritto pubblico comparato, Università di Perugia

Chi è responsabile per una violazione del diritto comunitario, che arreca danni a singoli, da parte di un magistrato nell’esercizio delle sue funzioni? Nel nostro ordinamento, nessuno. Nel senso che, in base all’art. 28 Cost. e alla l. 13 aprile 1988, n. 117, lo Stato risponde al posto dei magistrati, per poi rivalersi nei loro confronti, solo nelle ipotesi in cui il magistrato abbia posto in essere un comportamento, un atto o un provvedimento giudiziario con “dolo” o “colpa grave” ovvero se vi è stato da parte sua “diniego di giustizia”. In tutti gli altri casi, compresa dunque anche la violazione del diritto comunitario, il magistrato non è responsabile ai sensi della disciplina italiana e perciò, conseguentemente, non vi è neanche responsabilità dello Stato.

Rispetto a questo vuoto del nostro ordinamento (a cui corrispondono evidentemente ricorsi e ritardi nei risarcimenti per i singoli cittadini, proprio perché senza responsabilità non c’è risarcimento), la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione che ha portato la Corte di Giustizia, nel novembre scorso, a condannare l’Italia, ritenendo che la nostra disciplina, laddove limita la responsabilità dei magistrati solo per quelle condotte, sia in aperto contrasto con il principio generale di responsabilità degli Stati membri per la violazione, appunto, del diritto dell’Unione.

Su questo quadro, ieri, è intervenuto l’emendamento approvato alla Camera dei deputati, per iniziativa del deputato leghista Pini. Questo, come noto, ha esteso i confini della responsabilità del giudice alle ipotesi di violazione manifesta del diritto, che ricomprenderebbero la violazione del diritto comunitario, ma, soprattutto, ha eliminato qualsiasi “filtro” statale, rendendo il giudice direttamente responsabile del risarcimento danni nei confronti dei cittadini, senza limitazione alcuna.

Questa scelta, che potrebbe apparire ai sostenitori del referendum del novembre 1987 sulla responsabilità civile del magistrato in qualche modo rispettosa della volontà popolare, in realtà suscita almeno due perplessità dal punto di vista tecnico.

In primo luogo, questa soluzione va ben oltre quando richiestoci dall’Unione europea, che mai ha preteso una responsabilità diretta del singolo magistrato e sempre ha richiesto una responsabilità statale.

In secondo luogo, se la scelta della Camera fosse confermata anche dal Senato, il nostro ordinamento darebbe al tema della tutela dei diritti dei singoli, avverso gli errori dei giudici, una risposta del tutto asimmetrica, almeno rispetto al panorama degli ordinamenti di democrazia liberale. Tanto nei Paesi europei quanto in quelli anglosassoni, pur con tutte le specificità derivanti dalle singole famiglie giuridiche, un’azione di risarcimento danni nei confronti di un magistrato vede sempre, in qualche modo, la previsione di un filtro statuale precedente o di un qualche bilanciamento ordinamentale.

Infatti, non si vuole che i magistrati, esercitando la funzione giurisdizionale, proprio per evitare il rischio di potenziali cause di un risarcimento, siano costretti a porsi il drammatico dilemma tra “in dubio pro reo” e “in dubio pro reato”. Ne consegue, quindi, che ogni ordinamento conferisce una sorta di protezione, a tutti coloro che esercitano in suo nome la funzione giurisdizionale; garanzia che, si badi bene, non ne costituisce tuttavia assoluta immunità da responsabilità. Anzi. E’ proprio nell’attenta e puntuale distinzione delle responsabilità che si riesce a dare piena e adeguata soddisfazione ai diritti dei cittadini che pretendono il risarcimento da danno subito.

Per cui, se si voleva dare corretta attuazione alle richieste dell’Unione europea, bastava allargare le ipotesi nelle quali lo Stato risponde per l’errore del magistrato, non limitando l’intervento di questo esclusivamente ai casi-limite di dolo e colpa grave. Così facendo, in fondo, si potrebbe, sia divenire più europei adeguandosi agli standards migliori nel rapporto tra cittadino e autorità, sia migliorare –rinnovandolo- il circuito di controllo sull’operato dei magistrati. In entrambi i casi, di sicuro, effetti utili per un discorso meno ideologico e più moderno su queste tematiche.

(pubblicato su Il  Sole 24 Ore del 04-02-2012)