[09-02-2012] Urge una legge sui partiti, per i cittadini e per i partiti stessi

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

Il titolo di un saggio risalente ormai a 22 anni fa recitava: “I Partiti oggi: agonia o metamorfosi ?”.

Sono parole che paiono perfette per introdurre una riflessione su di un tema che è tornato alla ribalta della cronaca degli ultimi giorni.  L’indagine in corso sull’onorevole Lusi, che sarebbe stato capace di far sparire 13 milioni dell’ex partito La Margherita, non può essere accantonata come una mascalzonata ma impone (per l’ennesima volta) una seria e doverosa riflessione sulla necessità di dar vita ad una vera e propria legge sui partiti.

Se infatti l’ambito scientifico si interroga da tempo su tale necessità, forse oggi anche la politica, immersa in una crisi senza precedenti, pare lentamente essersi resa conto dell’importanza di quella proposta lanciata nel 2009 da parte dell’AIC, per bocca di Valerio Onida, di dar vita ad una vera e propria legge sui partiti, non tanto per essere invasivi nei loro confronti ma per dare piena attuazione al disposto dell’articolo 49 della Costituzione. Come noto, infatti, nell’articolo costituzionale citato si legge che tutti possono associarsi liberamente in partiti per concorrere “con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

L’articolo 49, dunque, sostanzialmente ricomprende il partito politico nell’ambito del più generale diritto di associazione (art. 18 Cost.) e dunque riconosce ai partiti le medesime garanzie previste per tutte le associazioni, tra cui, in primis, l’assenza di necessità di autorizzazioni o controlli per la loro costituzione.

La vita interna dei partiti, dunque, si basa sulle (poche) regole in tema di associazioni non riconosciute poste dal Codice civile (artt. 36 e ss.), e la contestuale presenza nel nostro ordinamento del principio di libertà di associazione e di riconoscimento del pluralismo (Corte Cost. 396/1988) ha sempre generato una certa prudenza del legislatore nel regolamentare quelle particolari organizzazioni che sono i partiti.

Tuttavia, scorrendo la giurisprudenza costituzionale sul tema si nota come traspaia l’idea per cui ai partiti vengono riconosciuti, seppur non “poteri costituzionali” (non sono infatti organi costituzionali), almeno delle “funzioni aventi rilevanza costituzionale” (Corte Cost. 79/2006). Anche da questo assunto, dunque, se ne può dedurre l’ammissibilità costituzionale di una legge sui partiti, come del resto, si sono attuate nel tempo leggi sulle organizzazioni di volontariato (L. 266/1991) o sulle Onlus (L. 460/1997).

Ma quale ragionevole contenuto poter dare ad una legge sui partiti, per poter da un lato promuovere trasparenza ed un’organizzazione interna democratica e virtuosa e dall’altro rispettare i principi degli artt. 18 e 49 della Costituzione ?

Un’idea (mai banale) può esser quella di ripartire proprio dalle parole di Onida scritte a seguito del citato convegno del 2009, secondo cui potrebbero essere disciplinate le attività dei partiti “che incidono direttamente sulla formazione di organi costituzionali o sull’esercizio di funzioni pubbliche, come, tipicamente, la selezione e la presentazione delle candidature per le elezioni”. Ma oltre a questo, sosteneva sempre Onida, urge disciplinare “le modalità del finanziamento pubblico e privato dei partiti, prevedendo controlli indipendenti e seri sulle spese delle campagne elettorali”.

Il punto di partenza, forse, facendo un ragionamento dal taglio più civilistico, può essere quello di obbligare i partiti ad avere la personalità giuridica (magari, anche se l’idea non manca di criticità, introducendo un Registro nazionale dei partiti), e di conseguenza applicare a questi le norme che il codice civile detta per le associazioni riconosciute in tema di denominazione, scopo, organizzazione interna, patrimonio, rapporti tra associati. Sia chiaro, sono tutte norme piuttosto ampie e poco “intrusive”, ma intanto avrebbero il risultato di creare un minimo comun denominatore su cui fondare gli statuti dei partiti.

Quanto poi al tema dei controlli sulla formazione del bilancio si riscontrano molteplici proposte: dall’obbligo di certificazione del bilancio ad opera di una società di revisione indipendente, alla creazione di un’Authority indipendente di controllo sui bilanci sino all’idea, ribadita di recente anche dai giornalisti Stella e Rizzo (Corriere della Sera del 3 febbraio 2012) di introdurre il controllo sui bilanci da parte della Corte dei Conti. Intuizione, quest’ultima, particolarmente dirompente ma che era stata prevista anche all’interno della proposta di legge C244, dove si prevedeva addirittura una minuziosa procedura per l’approvazione del bilancio, con tanto di un esame finale da parte di una sezione specializzata della Corte dei Conti.

Ciò che è certo, in ogni caso, è che una legge sui partiti dovrà farla il Parlamento, vale a dire i partiti stessi, cosa che potrebbe sembrare un paradosso.

Tuttavia, in questa fase di estremo distacco tra i cittadini e la politica questa svolta potrebbe servire a tutti: ai cittadini ma anche ai partiti stessi.