[07-02-2012] Abolizione delle tariffe forensi: la parola alla Corte

di Alessandro Candido, assegnista di ricerca in diritto dell’economia nell’Università degli Studi di Milano

L’art. 9 del D.l. 20 gennaio 2012, n. 1, ha abrogato le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico, stabilendo che, nei casi in cui la liquidazione avvenga da parte di un organo giurisdizionale, “il compenso del professionista è determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del ministro vigilante”.

Sinora la Suprema Corte aveva pacificamente affermato il principio secondo cui gli onorari per le prestazioni professionali dell’avvocato devono essere liquidati secondo le tabelle vigenti al momento dell’esaurimento delle prestazioni medesime (ex plurimis, cfr. Cass., sez. III, 10 giugno 1991, n. 6557).

Poiché oggi i tariffari (in passato adottati mediante regolamento del ministro della giustizia, a seguito di delibera del Consiglio nazionale forense) devono oramai considerarsi aboliti, la perdurante mancanza di un decreto ministeriale di disciplina della materia apre una rilevante lacuna all’interno dell’ordinamento; lacuna che, tra l’altro, avrebbe potuto essere evitata attraverso la previsione di una disciplina transitoria rivolta a rendere ultrattivo il vecchio regime delle tariffe, sino all’emanazione del nuovo decreto ministeriale.

Poiché l’art. 9 del D.l. n. 1 del 2012 rappresenta un principio processuale di natura generale che ciascun Giudice deve applicare, il Tribunale di Cosenza, attraverso una recente ordinanza del 1 febbraio 2012, ha sollevato questione di legittimità dinanzi alla Corte costituzionale.

In primo luogo, il remittente ha affermato il contrasto della norma in esame con il canone della ragionevolezza, avendo essa frustrato, in assenza di una disciplina transitoria, il principio ordinamentale che impone di liquidare gli onorari di difesa senza dilazione.

Inoltre, risulta violato l’art. 3 Cost. anche in virtù del fatto che l’impugnata normativa, sempre con riguardo alla liquidazione degli onorari, attribuirebbe al giudicante una funzione sin troppo discrezionale.

Da ultimo, il Tribunale ritiene che la disciplina de qua abbia leso l’art. 24 della Costituzione, vulnerando il diritto di agire e resistere in giudizio, nonché “rendendo incerto l’onere delle spese da affrontare nel corso del procedimento”.

A fronte delle questioni sopra evidenziate, pochi giorni fa il ministero della Giustizia, rispondendo a un’interrogazione parlamentare in Commissione Giustizia alla Camera, ha fornito alcune delucidazioni in ordine alla nuova misura che prevede la soppressione delle tariffe professionali, affermando la possibilità che, in attesa del decreto di disciplina della materia, si faccia ancora riferimento ai previgenti tariffari.

Svolte tali considerazioni, chi scrive ritiene che la norma in questione sia comunque poco condivisibile, con particolare riguardo a un’ulteriore previsione (contenuta al co. 3), che impone di pattuire il compenso (reso noto al cliente “anche in forma scritta se da questi richiesta”) per le prestazioni professionali al momento del conferimento dell’incarico, posto che “l’inottemperanza di quanto disposto […] costituisce illecito disciplinare del professionista”.

Prendendo ancora una volta a riferimento la professione forense, va detto che nella maggior parte dei casi risulta difficile per l’avvocato individuare in anticipo le attività processuali o extraprocessuali che sarà chiamato a svolgere rispetto alla singola vicenda. Inoltre, non può tacersi il concreto rischio che detta modalità di procedere possa scatenare una gara, da parte dei potenziali clienti, finalizzata alla ricerca – preventivi alla mano – del prezzo più basso che il “mercato forense” sia in grado di offrire, con esiti profondamente negativi tanto dal punto di vista del prestigio dei professionisti coinvolti, quanto della qualità dei servizi giuridici e, dunque, della “difesa” che gli stessi assistiti riceveranno.