[29-01-2012] Si può modificare l’art. 18?

di Massimo Siclari, docente di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi Roma Tre

Il 20 dicembre, in occasione del tradizionale scambio di auguri natalizi al Quirinale, il Presidente Giorgio Napolitano ha invitato ad utilizzare toni meno sprezzanti nel dibattito a proposito di un’eventuale modifica dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Al solito, il Presidente indica una strada di discussione che porti a soluzioni concrete senza produrre inutili lacerazioni sul terreno politico e sociale del Paese. Proprio per questo – e non solo per le modeste competenze di giurista di chi scrive queste brevi note – la maniera più corretta per affrontare il tema sembra essere  quella che tenga in considerazione le ragioni del diritto.

E’ possibile abbandonare del tutto le garanzie apprestate dall’art. 18?

Dico subito di no, per i motivi che, in sintesi, esporrò di seguito.

Procediamo con ordine: innanzi tutto cosa stabilisce l’art. 18?

Detto in “soldoni”, l’articolo impone il reintegro del lavoratore quando sia stato licenziato senza giusta causa e l’impresa abbia alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro (ovvero più di cinque se si tratti di un impresa agricola). Si tratta, dunque, di una sanzione nei riguardi di eventuali licenziamenti arbitrari. Perché dovrebbe essere cancellata, visto che è una conseguenza di un comportamento illegittimo? Si dice, spesso, che, in fondo, data la struttura imprenditoriale del Paese (nel quale pullulano realtà con meno di quindici indipendenti), riguarda solo una minoranza di lavoratori. Ma questo dovrebbe essere un buon motivo per ampliare i confini di applicabilità dell’art. 18, non per considerarlo una sorta di indebito privilegio.

Vero è che garanzia della riassunzione del lavoratore arbitrariamente licenziato non può essere rimossa. La nostra Costituzione pone il lavoro come valore fondante della Repubblica, come elemento essenziale della dignità della persona. Arriva la nostra Costituzione a prevedere, all’art. 4, il diritto al lavoro, che non è mai stato letto come un diritto ad essere assunti, ad ottenere un lavoro; tuttavia è proprio attraverso la previsione del tanto vituperato art. 18 a ricevere un livello minimo di attuazione e di significato l’art. 4: se la Repubblica non è in grado di assicurare il lavoro, non può non garantire il lavoratore dall’arbitrio in cui si concreta il licenziamento privo di giusta causa con un mezzo efficace quale è la riassunzione.

Né può dirsi che la previsione di cui all’art. 4 Cost. sia l’espressione del tempo in cui fu scritta e degli accordi tra le forze politiche che animarono la stagione costituente italiana. Tutt’altro.

Solo pochi anni fa il Parlamento italiano ha ratificato all’unanimità il Trattato di Lisbona, che, tra l’altro, si è dato carico di assicurare forza giuridica vincolante alla Carta dei diritti dell’Unione europea solennemente proclamata nel 2000 a Nizza (e la nostra legislazione è tenuta a rispettare i vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario alla stessa stregua delle previsioni costituzionali: art. 117, Cost.). Ebbene, la Carta non solo contempla anch’essa, all’art. 15, il diritto di lavorare, ma espressamente prevede, all’art. 30, che il lavoratore debba essere tutelato “in caso di licenziamento ingiustificato”.

Dunque, un atteggiamento del legislatore rivolto alla soppressione delle garanzie offerte dal’art. 18, dello Statuto dei lavoratori (o ad un loro profondo ridimensionamento) difficilmente potrebbe resistere ad un rigoroso vaglio della Corte costituzionale. Su questo occorre che Governo e Parlamento riflettano con tutta la serietà possibile.