[26-01-2012] Resurrexit. Ma non è la legge abrogata.

di Luigi Testa, borsista presso il Seminario di Studi e Ricerche Parlamentari “S. Tosi”

Sembrerà strano, ma la sentenza della Corte Costituzionale n. 13 del 2012 sulla (in)ammissibilità del referendum sulla legge elettorale non ha poi suscitato tutte le reazioni che ci si sarebbe potuti attendere. Forse perché la decisione era scontata; o forse perché è meglio far finta di niente, quando si è “bacchettati”. Fatto sta, che una delle riflessioni della Corte non può passare inosservata, perché risolve in maniera – presumibilmente – definitiva una questione tornata di moda negli ultimi mesi: quella, come si sa, della reviviscenza delle norme abrogate.

Gli sforzi argomentativi, su questo punto, erano stati certamente notevoli, anche con risultati interessanti. Si pensi, ad esempio, al tentativo di spiegare il fenomeno non come una vera e propria resurrezione – e qui ci stava bene il riferimento al buon Lazzaro [Lanchester, 2011] –, quanto piuttosto come una riespansione dell’efficacia della norma. Lazzaro, dunque, non sarebbe proprio morto; si sarebbe solo addormentato, pronto a riaprire gli occhi in ogni momento. Ma neanche questa morte apparente sembra esser piaciuta alla Corte; secca e lineare l’argomentazione dei giudici: “Non può affermarsi, come sostengono i soggetti presentatori, che, laddove l’esito del referendum fosse favorevole all’abrogazione, sarebbe automaticamente restituita in vigore la precedente legislazione elettorale”. E del resto questo la Corte l’aveva già detto più volte nel passato; non da ultimo, nella decisione n. 24 del 2011, sull’ammissibilità del referendum sulle modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali. Addirittura, un effetto di “reviviscenza” non si realizzerebbe neanche, secondo la Consulta, nel caso in cui oggetto del referendum fosse una legge di abrogazione espressa della precedente disciplina. La ratio è chiara: dove andrebbe altrimenti a finire la certezza del diritto? E il diritto, si sa, o è certo o non è. Ma vi è pure un altro profilo, pure accennato dalla Corte laddove si legge che “la volontà di far «rivivere» norme precedentemente abrogate non può essere attribuita, nemmeno in via presuntiva, al referendum, che ha carattere esclusivamente abrogativo”. Qui in gioco non c’è la certezza del diritto, ma la “sovranità” del Parlamento – e qui il virgolettato è più che necessario. La legge che rimpiazza una precedente normativa, realizzando un effetto indiretto o tacito di abrogazione, è espressione chiara di una specifica volontà dell’organo legislativo. Se fosse efficace il meccanismo di reviviscenza, o di riespansione, in seguito a referendum abrogativo, questa volontà sarebbe evidentemente contraddetta. È vero che il referendum abrogativo è, nella gerarchia delle fonti, equivalente alla legge e agli altri atti aventi forza di legge, ma questo solo nel rispetto della forma specifica che la Costituzione dà a questa peculiare fonte: una forma – ed una forza – esclusivamente ablatoria. Il valore del referendum è, allora, quello sì di una legge, ma solo di una legge con contenuto abrogativo – mai legislazione attiva, neanche indiretta; solo Negative Gesetzgebung, per dirla a là tedesca. L’art. 75 della Costituzione, infatti, nessuno spazio sembra offrire – nonostante si sia insinuata spesso l’idea contraria – ad una “forza self-executing” del referendum, o ad una sua “concezione autosufficiente” [Carnevale, 2011]. Della legislazione positiva, insomma, se ne occupi il Parlamento.

Qualcuno chiedeva che la Corte scegliesse una pronuncia “di cooperazione”. Ma, più che supplire all’incapacità della politica, si è scelto di costringerla a non sprecare quest’occasione per ritrovare il proprio ruolo. I partiti, che già hanno abdicato a tanto negli ultimi mesi, almeno questa volta, scelgano di “crescere”, e si assumano le proprie responsabilità. E forse i giudici della Consulta non potevano essere più collaborativi di così.