[24-01-2012] La Corte bacchetta i costituzionalisti

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Oggi è stata depositata la sentenza della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum abrogativi del cd. porcellum (si può leggere qui il testo della decisione). Una sentenza dura, schietta, secca. E pienamente condivisibile.

Anzitutto, la Corte chiarisce di non voler essere tirata in mezzo a valutazioni generali sulla legge elettorale: “non spetta a questa Corte” pronunciarsi sulla compatibilità costituzionale del porcellum. Anche se la Corte, richiamando il suo precedente del 2008, conferma l’opinione molto negativa sull’attuale sistema elettorale. Un milione e duecentomila firme – sembrano dire i giudici – non possono bastare a piegare le funzioni della Corte costituzionale a supplire la colpevole inerzia ed inettitudine del Parlamento. Che la cambi lui la legge elettorale!

E, poi, la Corte bacchetta i costituzionalisti con una fermezza senza precedenti. Non passa il vaglio di ammissibilità né il primo quesito, né il secondo. Nessuna influenza, dunque, ha avuto il ruolo di eminenti professori nella redazione dei quesiti, né l’appello pro-referendum di ben 111 costituzionalisti, ampiamente pubblicizzato dagli organi di stampa.

Il primo quesito è bocciato perché, tra l’altro, mira all’abrogazione dell’intera disciplina elettorale. E ciò è sempre stato ritenuto inammissibile dalla Corte, dal momento che la legge elettorale è “costituzionalmente necessaria”: se non c’è, infatti, non possono funzionare le istituzioni democratiche. Né vale, a giudizio della Corte, l’argomento della cd. reviviscenza, pur sposato da molti costituzionalisti: la Corte boccia recisamente la “visione «stratificata» dell’ordine giuridico, in cui le norme di ciascuno strato, pur quando abrogate, sarebbero da considerarsi quiescenti e sempre pronte a ridiventare vigenti”. Detto altrimenti, gli operatori del diritto non sono archeologi, e devono confrontarsi con le regole esistenti in un determinato momento storico, senza pensare che, abbattendo un brutto edificio moderno, magari riemerga un pregiato edificio storico. Una visione iper-positivista, si potrebbe dire, accettabile – però – solo con riferimento ai canoni ermeneutici delle fonti ordinarie (diverso sarebbe il discorso in relazione ai principi e valori costituzionali).

Ancora più dura la posizione della Corte sul secondo quesito, quello “sartoriale” che mirava ad abrogare le “formule introduttive” di ogni articolo del porcellum. La Corte dice che tale quesito è altresì viziato per contraddittorietà e per assenza di chiarezza. Senza entrare nel merito, il ragionamento dei giudici sembra contrario al tentativo estremo di cancellare il porcellum con una serie di taglia e cuci che avrebbero potuto dar luogo ad una chirurgia dagli effetti mostruosi, non sapendo più – al termine dell’intervento – quali norme considerare efficaci e quali no.

Una pronuncia secca, come si è detto, che non ha concesso nulla alle pressioni di fatto, alla pretesa emergenza democratica e alla quasi unanime condivisione (anche della stessa Corte, è da ritenere) che il porcellum sia, nel merito, una pessima legge elettorale.

Ora tutto il peso della responsabilità è del Parlamento. Come è giusto che sia.