[08-01-2012] Non demonizziamo le liberalizzazioni

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari.

La notizia della cessazione dei vincoli per l’apertura degli esercizi commerciali disposta dalla manovra salva Italia ha interrotto la tregua concessa alla vis polemica dall’atmosfera sobriamente festosa di un Natale di crisi.

Anno nuovo, vecchia questione. Non è necessario un grande sforzo mnemonico per ricordare che  l’idea di liberalizzare le attività economiche non è una novità dettata dalla gravità della situazione del Paese: basti pensare alle “lenzuolate” di bersaniana memoria, accolte da alcuni come interventi provvidenziali e aspramente osteggiate da altri. Oggi come allora, gli interventi di deregulation scuotono l’opinione pubblica, provocando reazioni nettamente contrapposte. C’è chi ritiene si tratti di un passaggio necessario per dettare un nuovo passo al modello economico e innescare la tanto agognata ripresa e chi, d’altra parte, denuncia l’ennesimo attacco sferrato alle garanzie dei più deboli per favorire i privilegiati. Ma questa è una prospettiva distorta che cela una guerra tra poveri.

Demonizzando il cambiamento si sposta il focus del problema: la libertà di scegliere i giorni e gli orari di apertura non comporta una automatica compromissione dei diritti dei commessi. La riforma risponde a un’esigenza del mercato e si presta a rivelarsi negativa solo nel caso di situazioni patologiche in cui i  datori di lavoro abusino della propria posizione di vantaggio rispetto ai dipendenti. Ma è questo il punto su cui bisogna intervenire, assicurando il rispetto dell’apparato di garanzie dei diritti dei lavoratori, vigilando sull’applicazione delle regole esistenti per l’organizzazione dei turni e la retribuzione degli straordinari e curandosi di impedire la determinazione di situazioni ricattatorie. E’ qui che gli attori istituzionali, i rappresentanti di categoria e le parti sociali dovrebbero agire, confrontandosi senza cedere sui diritti dei lavoratori. Sono molte le figure professionali che non conoscono domeniche od orari di lavoro consueti e nessuno si stupisce né, tantomeno, si scandalizza. Medici, infermieri, farmacisti, operatori ecologici, pasticceri, edicolanti, per citare solo alcuni, non seguono schemi di lavoro tradizionali e per questo sono giustamente  tutelati da una regolamentazione speciale, pensata appositamente per evitare che la irritualità dei tempi di lavoro comprometta la qualità della vita. Lo stesso deve avvenire per chi lavora negli esercizi commerciali che scelgono di avvalersi della possibilità di restare aperti.

Più controlli sul rispetto delle regole, più rigore nell’applicazione delle sanzioni: così si proteggono i diritti dei più deboli. Cristallizzare la situazione, impedendo ai commercianti, agli artigiani e ai piccoli imprenditori di organizzare la propria attività nel modo più vantaggioso non serve a tutelare i dipendenti ma può anzi danneggiarli perché se gli esercizi chiudono si viene licenziati.

Le liberalizzazioni non sono certamente la soluzione miracolosa per i mali della crisi ma  non sono nemmeno la causa di tutti i guai.