[02-01-2012] Le Province nella manovra Salva Italia

di Alessandro Candido, assegnista di ricerca in diritto dell’economia nell’Università degli Studi di Milano

L’art. 23 del decreto legge “Salva Italia” n. 201/2011, convertito con modificazioni con legge n. 214/2011, affronta – tra le altre cose – l’annosa questione legata ai costi di funzionamento degli enti provinciali (sul tema in oggetto, si rinvia ai recenti commenti di D. Trabucco e F. Fabrizzi).

Giova sin da subito precisare che la manovra non sopprime le Province, che conservano la loro natura di enti territoriali componenti la Repubblica: del resto, com’è ovvio, un tale risultato potrebbe essere conseguito soltanto attraverso una legge di rango costituzionale.

Ciò che invece il decreto Monti ha realizzato è il sostanziale svuotamento delle funzioni provinciali, oltre a un pesante – e, per quanto di dubbia costituzionalità, opportuno – intervento sugli organi delle Province, facendo leva sull’art. 117, co. 2, lett. p), della Costituzione, che attribuisce alla competenza legislativa esclusiva statale la materia “legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province, Città Metropolitane”.

Stando alle previsioni contenute nella manovra, la Provincia conserva esclusivamente funzioni di indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni nei limiti legislativamente imposti. In secondo luogo, vengono meno le Giunte provinciali, mentre permangono il Presidente della Provincia e il Consiglio provinciale, quest’ultimo composto al massimo da dieci consiglieri, eletti non più dal corpo elettorale, bensì dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia. Lo stesso Consiglio elegge tra i suoi componenti il Presidente della Provincia.

Entro il 30 aprile 2012, lo Stato e le Regioni dovranno con legge provvedere a trasferire ai Comuni le funzioni, nonché le risorse (umane, finanziarie e strumentali) attualmente conferite alle Province, fatta salva la possibilità di demandarle alle Regioni, in presenza di esigenze di esercizio unitario e nel rispetto dei principi di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione.

Contrariamente alla prima formulazione del decreto legge in oggetto, ove si disponeva che gli organi in carica sarebbero decaduti il 30 aprile 2012, il testo poi approvato ha stabilito che sarà la legge statale a determinare il termine di scadenza degli organi provinciali. Con tutta probabilità, in relazione a tale aspetto, si prospettano all’orizzonte non pochi problemi: infatti, posto che, com’è noto, le elezioni degli organi provinciali non si svolgono contestualmente nelle diverse Province, il legislatore nazionale dovrà quantomeno valutare – a fronte di un certo e inevitabile contenzioso costituzionale – se non sia il caso di prevedere delle decadenze differenziate.

Ciò posto, non si può non sottolineare che le norme poc’anzi considerate fanno emergere ancora una volta l’impegno dal governo Monti in relazione a talune scottanti questioni che gli esecutivi precedenti non sono stati in grado di risolvere.

A questo punto, il passo successivo dovrà necessariamente consistere in un deciso intervento del legislatore costituzionale rivolto alla definitiva soppressione delle 110 Province oggi presenti, numero che – tra l’altro – negli anni è costantemente aumentato.

Basti pensare che, dagli anni ’90 ad oggi, sono state istituite ben 15 Province: nel 1992, Biella, Verbano Cusio Ossola, Lecco, Lodi, Rimini, Prato, Crotone e Vibo Valentia; nel 2005, Olbia Tempio, Ogliastra, Medio Campidano e Carbonia Iglesias; nel 2009, Barletta-Andria-Trani, Fermo e Monza-Brianza.

Soltanto eliminando gli enti provinciali, si risparmierebbero ben 2 miliardi di euro, oltre a ulteriori 140 milioni di euro quale costo politico dei medesimi: sono queste le cifre che emergono da uno studio di A. Giuricin, dal titolo Province: non accorpare ma abolire. Secondo l’Autore, “appare sempre più chiaro che più passa il tempo e più le Province esistono unicamente allo scopo di mantenere le proprie stesse strutture”.

Ciò è quanto mai vero e, andando indietro nel tempo di circa 65 anni, rispecchia altresì il pensiero di un gruppo – sia pure minoritario – di Costituenti, che nel 1947 si erano fermamente opposti (sebbene con scarsi risultati) all’istituzione delle Province. Si trattava, in particolare, degli onorevoli Lussu, De Vita e Persico.

Specialmente il primo sottolineava il rischio che con le Province vi fosse una quadruplicazione dei livelli burocratici (Stato, Regioni, Province e Comuni), nonché il pericolo che, conservando gli enti provinciali, si venisse a sabotare – come poi è accaduto – l’istituenda Regione.

“La Provincia è niente”, egli diceva, trovando di lì a poco conforto nei rilievi di De Vita: “La Provincia, espressione dello Stato accentratore, è una creazione artificiale che non corrisponde né ai criteri geografici, né a esigenze umane […]. Credo che nessuno possa seriamente sostenere che la Provincia eserciti funzioni che non possano essere efficacemente esercitate o dal Comune o dalla Regione”.

Svolte tali premesse, chi scrive si augura che il 2012 davvero l’anno buono per abolire dall’assetto istituzionale italiano gli inutili enti provinciali, che da troppo tempo appesantiscono la macchina burocratica italiana (svolgendo funzioni che potrebbero tranquillamente essere devolute ai Comuni e alle Regioni) e i cui costi strutturali, ancor più di quelli politici, gravano come un macigno sulla spesa pubblica e, dunque, sulle tasche dei cittadini.