[28-12-2011] Dibattito sul Presidente della Repubblica alla fine del 2011

di Irene Pellizzone, assegnista di ricerca in diritto costituzionale, Università di Milano

1. Nel mese di dicembre del 2011, in seguito alle dimissioni del Presidente del Consiglio Berlusconi e alla nomina del nuovo Governo presieduto da Monti, il dibattito sul ruolo del Capo dello Stato nella forma di governo, sempre vivo tra i costituzionalisti, ha raggiunto una straordinaria visibilità su tutti i quotidiani nazionali più diffusi.

Sulle pagine del Ricostituente, ha dato efficacemente conto dell’azione condotta dal Quirinale per superare la crisi di governo Lorenzo Cuocolo (La scommessa del Quirinale, uscito anche ne Il secolo XIX il 14 dicembre 2011).

Un accento particolare alle esigenze di una riflessione in tema è giunto da un editoriale di Galli della Loggia del 12 dicembre, rivolto in particolare agli studiosi di diritto costituzionale. Nell’editoriale ci si chiede, più precisamente, se, per legittimare l’eccezionale azione svolta da parte di Napolitano nel frangente che ha visto passare dal Governo Berlusconi alla nomina di Monti, non si sia giunti ad avallare una interpretazione delle norme costituzionali sui poteri presidenziali che, surrettiziamente rispetto alle norme vigenti, attribuisca al Presidente della Repubblica un ruolo di supremazia rispetto al Governo.

Ciò sulla scorta di questa premessa: il Presidente della Repubblica è un organo sì dotato, in base all’assetto dei poteri tratteggiato dai Costituenti, delle attribuzioni necessarie per superare le crisi di Governo (come quella scaturita dalle dimissioni di Berlusconi), ma si tratta pur sempre di un garante della Costituzione, e non certo di un organo di indirizzo politico.

Galli della Loggia conclude invocando maggiore chiarezza sui poteri presidenziali e, allo stesso tempo, definisce come inaccettabili in uno stato democratico letture della Costituzione che ne forzino il significato fino a modificarla.

2. Numerosi e univoci sono stati gli interventi di risposta dei costituzionalisti al riguardo, pubblicati su tutti i maggiori quotidiani nazionali.

De Siervo, Onida, Capotosti, Luciani, per fare solo alcuni nomi degli autorevoli studiosi che hanno contribuito al dibattito, hanno chiarito che il Presidente Napolitano, nel gestire il periodo precedente alla crisi e nel condurre al superamento della crisi stessa, non ha aggirato il dettato costituzionale. Hanno sottolineato, a dimostrazione della loro affermazione, che il Presidente del Consiglio non deve coincidere nel nostro ordinamento costituzionale con il capo della formazione partitica uscita vincente dalle elezioni, bensì deve godere della fiducia del Parlamento, che Monti ha regolarmente ottenuto, dopo il venir meno del precedente Governo a causa delle dimissioni di Berlusconi.

Certamente, però, come alcuni degli studiosi menzionati fanno notare, nel gestire il periodo immediatamente precedente alle dimissioni di Berlusconi, ad esempio nominando Monti come senatore a vita o rendendo noto attraverso un comunicato del Quirinale che il Presidente del Consiglio dopo l’approvazione della legge di stabilità si sarebbe dimesso, Napolitano ha insolitamente adottato atti che evocavano in modo più o meno diretto sia il sopraggiungere della crisi, sia la soluzione offerta dal Colle per superare la crisi stessa. Così, una volta che, con le dimissioni di Berlusconi, la crisi si è manifestata anche formalmente, le basi per il suo superamento erano già poste e le Camere hanno rapidamente potuto votare la fiducia al nuovo Governo. Se la soluzione proveniente dal Quirinale di nominare Monti non avesse ricevuto la fiducia delle Camere, peraltro, Napolitano non avrebbe potuto imporsi e avrebbe perso tutta la sua autorevolezza. In simile evenienza il seguito sarebbe stato, del tutto verosimilmente, lo scioglimento anticipato delle Camere e, dunque, le elezioni.

3. L’operato di Napolitano precedente alle dimissioni di Berlusconi, su cui è bene concentrare l’attenzione, può essere ricondotto ad un’azione di influenza giocata informalmente e d’anticipo, rispettosa della Costituzione proprio perché non vincolante rispetto alle forze politiche presenti in Parlamento. Queste ultime, dal canto loro, hanno fallito in questa prima fase, pure cruciale nella ricerca della via d’uscita alla imminente crisi, ma ciò non toglie che abbiano potuto ricorrere in tutta la loro pienezza ai propri poteri costituzionali in seguito, per vagliare la soluzione del Quirinale, attraverso le consultazioni e attraverso il voto della fiducia.

Ecco perché, in conclusione, sembra importante chiarire che l’anomala azione di influenza di Napolitano, pur presentando indubbie criticità, non sembra abbia dato vita ad uno strappo alla Costituzione. Tale azione di influenza è stata possibile, in ogni caso, perché le forze politiche presenti in Parlamento non erano compatte e capaci di offrire loro soluzioni alla crisi. È noto, in effetti, che i poteri del Presidente della Repubblica si espandono se la maggioranza che sostiene il Governo è forte e si restringono se è debole.

Da ciò discende poi, quale ulteriore conseguenza, che le letture del quadro costituzionale, citate da Galli della Loggia in quanto circolate a ridosso dei fatti descritti, impropriamente tendenti a legittimare un inesistente Governo del Presidente, risultano inidonee a sorreggere l’idea di una riforma delle norme costituzionali sul Capo dello Stato. Il punto di vista pare debba essere, al più, rovesciato: le esigenze di riforma, se esistono, potrebbero essere connesse non tanto all’espandersi, sinora legittimo, sebbene talvolta critico, dei poteri del Quirinale, bensì all’ennesimo fallimento della politica; ma forse si tratta di un problema che non potrebbe essere affrontato e risolto, purtroppo, in sede di riforma costituzionale.