[11-12-2011] Parlamento compatto a difesa dei privilegi

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Fra le pieghe del decreto salva-Italia c’è una disposizione che ha attirato in modo speciale l’attenzione dei nostri parlamentari. Quasi una provocazione, quella di Monti: se la Commissione che deve riformare gli stipendi degli onorevoli e dei senatori non si spiccia a completare i suoi lavori, il nuovo Governo provvederà in via d’urgenza a riportare le retribuzioni ai livelli medi europei. Tempo massimo: fine anno. Tradotto in parole povere, per i nostri parlamentari significherebbe perdere oltre il cinquanta per cento dello stipendio.

Ed ecco che, fra i molti emendamenti cesellati aspettando che il decreto giunga in Parlamento per la conversione, se ne annida uno – trasversalmente condiviso – che serve a prendere tempo: forse qualche mese, forse di più. Intanto speriamo che la tempesta passi – penseranno gli onorevoli – e che i riflettori si spengano. Poi si vedrà. Per ora non si tocca nulla.

Il punto è assai delicato, in bilico tra la ragion pratica della democrazia e l’opportunismo morale dei privilegiati. Anzitutto: non è vero, come si dice in questi giorni, che gli stipendi dei parlamentari siano un affare interno di ciascuna Camera (cioè: decido io quanto mi pago). Serve una legge, che può anche derivare da un’iniziativa governativa, al limite anche nelle forme di un decreto d’urgenza. Il punto cruciale, però, è un altro: la Costituzione, all’art. 69, prevede che i membri del Parlamento godano di un’indennità. La norma, è bene ricordarlo, segna un salto rispetto allo Statuto albertino, che escludeva retribuzioni per i parlamentari. L’equo compenso per l’attività parlamentare è strumentale al corretto funzionamento delle Camere e, quindi della democrazia. Come nota puntualmente Andrea Manzella, la posizione soggettiva del parlamentare che riceve l’indennità è solo un riflesso secondario delle garanzie oggettive cui essa è preposta.

È dunque ben vero che non bisogna confondere la guerra ai privilegi con un’avversione totale alla politica che può avere l’effetto paradosso di indebolire le strutture portanti della democrazia parlamentare.

I sani principi – però – si scontrano frontalmente con la malpractice dei nostri rappresentanti. In questi giorni abbiamo ascoltato esponenti di destra e di sinistra affermare che i parlamentari non guadagnano poi tanto, né godono di privilegi. Sarà. Ma le sensazioni che si hanno girando per Roma, in confronto alle capitali estere, suscitano più di una perplessità.

Si è parlato di uno studio comparativo con il resto d’Europa. Ben venga: nessun Parlamento coccola i suoi membri come il nostro. E poi, al di là del pallottoliere, quello che indigna è assistere, ancora una volta, ad una reazione corporativa, compattamente bipartisan, a difesa dei privilegi dei parlamentari.

Ogni comma della manovra meriterebbe mesi di discussioni: dai conti correnti obbligatori agli aumenti delle tasse. Forse si poteva fare una manovra più equa, lo ha detto anche Monti. Ma ciò avrebbe richiesto tempo, risorsa esaurita per il nostro Paese. Siamo tutti chiamati a fare sacrifici che magari non riteniamo giusti, ma li faremo, e subito, perché non c’è altra strada. Il Parlamento approverà compatto le norme che colpiscono i cittadini, mentre prepara limature e sotterfugi per gli stipendi dei parlamentari. Uno spettacolo indecoroso, nel nome della democrazia.

(pubblicato sul Secolo XIX del 11-12-2011)