[30-11-2011] La Consulta interviene sul disconoscimento di paternità

di Matteo Mattioni, dottorando in diritto internazionale e diritto privato e del lavoro, Università di Padova

Viviamo un periodo in cui le vicende e i grandi temi della politica dispensano pane per i denti dei costituzionalisti con grande generosità. I civilisti, da parte loro, devono accontentarsi di qualche briciola, ma la vita – si sa – è fatta anche di piccole cose, che oltretutto rischiano di sfuggirci nei momenti più concitati. Ed il rischio si fa tanto più grave quando, fra le briciole, si nasconde qualche perla.

Una di queste è la recentissima sentenza n. 322 della Consulta, che reca la firma dal prof. Grossi (forse il giudice più legato al mondo della civilistica tradizionale). Essa interviene sull’art. 245 cod. civ., norma che si occupa di un particolare aspetto del procedimento di disconoscimento della paternità.

La regola è questa. In materia di filiazione vige una rigorosa presunzione: il soggetto concepito in costanza di matrimonio è, fino a prova contraria, figlio (legittimo) del marito della propria madre. La “prova contraria” può essere fornita solo per mezzo dell’azione di disconoscimento, esperibile in casi determinati ed entro un breve termine, tanto dal figlio quanto dalla madre o dal (presunto) padre. Ebbene, l’art. 245 stabilisce che, se la persona interessata a promuovere l’azione sia interdetta per infermità di mente (sia stata cioè privata con sentenza, in ragione di tale infermità, della capacità di compiere qualsiasi atto giuridico), il termine per la proposizione è sospeso finché dura lo stato d’interdizione.

Il tribunale di Catania si era chiesto – e aveva chiesto alla Corte – se sia ragionevole che tale sospensione operi solo in caso d’interdizione e non anche per chi, sebbene non interdetto, versi in una condizione d’infermità mentale tale da renderlo incapace di provvedere ai propri interessi. Se sia ragionevole, in altri termini, che l’incapace d’intendere e di volere (c.d. incapace naturale), benché non interdetto con sentenza, venga trattato dalla legge alla stessa stregua di chi, al contrario, è pienamente capace.

La Consulta risponde di no, e lo fa all’esito di un giudizio di ragionevolezza formalmente cristallino. Poste a confronto la norma (implicita) impugnata, che esclude la sospensione per l’incapace naturale non interdetto, e la norma che per l’interdetto prevede tale sospensione, la Corte va alla ricerca la ratio di quest’ultima regola, per poi domandarsi se essa giustifichi la disparità di trattamento. Ratio che si rinviene nell’esigenza di garantire la conservazione dell’azione in capo a chi, per l’accertata incapacità di provvedere ai propri interessi, non sia in grado di esperirla consapevolmente; ed è chiaro – dice la Corte – che una simile garanzia non dipende “dalla formale perdita della capacità di agire del soggetto” in conseguenza della sentenza d’interdizione, ma “dall’accertamento della sussistenza in concreto di una gravemente menomata condizione intellettiva e volitiva”.

Con una sentenza interpretativa di accoglimento, quindi, la Consulta riconosce la sospensione ex art. 245 anche all’incapace naturale non interdetto, precisando peraltro che tale estensione non può valere che in presenza di un accertamento in concreto (sulla base di prove acquisite e valutate dal giudice) della grave e abituale infermità mentale di chi intenda giovarsene.

Resta però il dubbio che il legislatore, nel riservare la sospensione del termine al solo interdetto per sentenza, avesse sì voluto garantire la conservazione dell’azione a chi non sia in grado di esercitarla consapevolmente, ma solo ove l’accertamento di tale condizione fosse avvenuto in un (precedente) giudizio culminato nella sentenza d’interdizione. E ciò per esigenze di certezza e di semplificazione procedimentale in una materia già di per sé delicata come quella del disconoscimento di paternità. Ma allora, se l’art. 245 fosse stato frutto di un bilanciamento d’interessi operato a monte dal legislatore, la ricostruzione della ratio operata dalla Corte non potrebbe essere condivisa, e il giudizio finale avrebbe forse dovuto essere un altro.