[21-11-2011] Il fallimento dei partiti

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Quando, nel 1993, fu concesso ai cittadini di esprimersi sul finanziamento pubblico ai partiti politici, nove su dieci votarono per abrogarlo. Si era in piena Tangentopoli, e il voto fu certo condizionato dalle diffuse ruberie emerse in quegli anni. Ci fu, poi, la cosiddetta seconda Repubblica e varie modifiche del sistema elettorale, con apparente rinnovamento del sistema politico. In verità, guardando alla cronaca, ci si rende conto che nulla è cambiato: i partiti continuano a prendere soldi pubblici e, ciò nonostante, continuano i casi di corruzione e di finanziamento illecito, o comunque giri di denaro oscuri e sospetti.

Le presunte tangenti versate dal mondo Finmeccanica al tesoriere dell’Udc, Giuseppe Naro, sono un nuovo pessimo segnale, che risalta ancora di più in questi giorni di catartico insediamento del “governo dei professori”.

Questi stimoli portano a due considerazioni: una relativa ai meccanismi di finanziamento dei partiti, l’altra relativa alla presunta “sospensione della democrazia” che il nuovo governo realizzerebbe.

Sotto il primo profilo, il referendum del 1993 non è servito a nulla: da subito la politica si è messa in movimento per trovare il modo di aggirare la volontà popolare, giungendo nel 1999 a prevedere per tutti i partiti i cd. rimborsi elettorali. In concreto è un nuovo sistema di finanziamento pubblico, che pesa per centinaia di milioni di euro sulle tasche dei cittadini. Si potrebbe dire che il finanziamento pubblico è uno strumento della democrazia, perché consente di fare politica anche a forze politiche “povere”. Si potrebbe anche dire che il finanziamento pubblico e trasparente serve ad evitare forme di finanziamento occulto ed illegale. La cronaca, però, mostra come l’ingordigia dei partiti non si sazi certo con i contributi pubblici. E allora perché non ripensare più in radice il sistema di finanziamento, puntando su quello, libero, dei cittadini? Le micro-donazioni via internet che hanno caratterizzato la campagna elettorale di Obama sono un segnale importante. Chi vuole, dona. E sceglie lui a quale partito. Non deve più essere la politica, sotto le mentite spoglie di legislatore, ad accordarsi i finanziamenti perpetuando un sistema drogato che è ormai fuori dal tempo.

Seconda considerazione: non c’è più spazio, all’interno dei partiti, né per casi umani alla Scilipoti, né per parlamentari che si intascano tangenti. La lezione di Berlusconi, crollato di schianto e ormai percepito come un’icona rinnegata, è forse l’ultimo avviso per le attuali forze politiche, affinché provvedano con estrema urgenza a sbarazzare il ciarpame che alberga sotto le loro insegne, presentandosi alle elezioni con rinnovata decenza. Altro che sospensione della democrazia: semmai una resa dei partiti stessi, che hanno visto nei professori l’ultima via per nascondere la propria inettitudine. Che poi, questo grigio esercito di tecnocrati antidemocratici altro non è che un gruppo di persone serie, solo estranee al circo della degradata politica dei partiti.

(pubblicato sul Secolo XIX del 21-11-2011)