[20-11-2011] La sfida democratica del (democratico) nuovo Governo

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

È alquanto sorprendente provare a rileggere, oggi, l’ultimo editoriale che scrisse Tommaso Padoa Schioppa sul Corriere della Sera (era il 21 novembre 2010), dal titolo emblematico: La necessità di ricostruire. Eravamo in vista del primo voto di sfiducia (fallito) promosso contro il governo Berlusconi.

Nell’ipotizzare una crisi di governo, che poi, nei fatti si è materializzata un anno dopo, l’ex ministro ricordava alcuni punti fermi costituzionali che se paiono evidenti anche ad una sola prima lettura delle norme, tuttavia sempre più spesso sono messi a tacere in nome di un neopopulismo strisciante, che, utilizzando un linguaggio democratico radicale (“la parola torni al popolo sovrano”), diventa, paradossalmente nemico della vera democrazia, fatta di regole, procedure e rispetto di un tessuto istituzionale condiviso.

Scriveva dunque Padoa Schioppa: “Non c’è né legge elettorale, né costituzione materiale che possano modificare le regole chiarissime scritte nella Costituzione”, e, dunque se vi è un accordo, “il governo si forma, giura, entra in carica e va alle Camere per ottenere la fiducia”. E ancora “ottenuta la fiducia, il nuovo esecutivo sarebbe legittimo a tutti gli effetti e per tutte le materie che la Costituzione assegna alla sua competenza”. Quel governo (che poi è questo governo, con a capo Mario Monti) concludeva Padoa Schioppa, “non sarebbe né tecnico, né a tempo, né del presidente, né di ribaltone; sarebbe semmai un governo del Parlamento”.

Il Parlamento, infatti, e dunque la libera politica democratica che in questo esprime (o almeno dovrebbe), è, Costituzione alla mano (art. 94 Cost.), l’unica Istituzione che può dare o non dare vita ad un governo. E l’unico modo che conosce per farlo è il voto di fiducia.

In questo senso ha ragione il Presidente della Repubblica quando ricorda che, infondo, non esistono governi tecnici ma bensì ogni governo è politico: lo è in quanto legittimato a governare da un voto politico del Parlamento, che resta pur sempre l’istituzione che più di ogni altra è in grado rappresentare, o dovrebbe esserlo, i cittadini.

Le notizie secondo le quali il governo Monti equivarrebbe ad una sospensione della democrazia sono, dunque, grandemente esagerate. Tecnicamente infatti, come si è detto, non esistono governi che nascono dalle urne, ma semmai dalle urne si formano maggioranze parlamentari (artt. 56 e 57 Cost.) che poi dunque, in quanto tali, sono investite della volontà popolare di dar vita ad un governo. Non sono tecnicismi, ma soltanto le (chiare) regole della Costituzione che, è noto, possono non piacere ma restando ancora le sapienti fondamenta su cui è costruita la nostra democrazia ed il nostro stato di diritto.

Chi grida alla sospensione della democrazia, parrebbe in qualche modo offuscato dalle urla e dalle risse che hanno contraddistinto le più recenti scene politiche, e dalla pericolosa idea che la forza che proviene dal popolo (non importa che questo sia informato, istruito, maturo oppure no) possa travolge, le procedure, la discussione, il controllo, le garanzie ed i contro poteri. E perfino il Parlamento che, per esempio, negli ultimi sei mesi ha prodotto soltanto una legge di iniziativa parlamentare ed è stato chiamato a votare per oltre 40 volte  sotto la minaccia della questione di fiducia e dunque privato anche del potere dell’emendamento.

Diciamolo: la nostra democrazia parlamentare non è mai stata così fragile e la legge “parlamentare” sembra aver assunto ormai quasi un carattere residuale nel complessivo sistema delle fonti del diritto.

Eppure, e qui si svela un nuovo paradosso, il nuovo governo Monti ha tutto per poter ridare centralità e dignità al Parlamento, proprio perché da lì trae, ancor più marcatamente dei governi precedenti che millantavano invece un’investitura popolare non meglio precisata, la sua piena legittimazione democratica, finché questa durerà.

C’è da chiedersi se oltre che a curare dai mali di natura economica e finanziaria, il nuovo Governo ponga all’ordine del giorno della sua azione la riscoperta  di un metodo democratico volto giungere alle soluzioni, una vera e propria costante discussione deliberante che rende poi più credibile la decisione finale e rafforzi anche tutto il sistema democratico.

Sarebbe un buon modo per dimostrare che il tasso di democrazia non si misura solo dal voto (il voto infatti può essere distratto, disinformato, superficiale, fragile) ma da un vero e proprio atteggiamento istituzionale, dal rispetto delle regole, dalla collegialità delle decisioni contrapposte invece al mito dell’uomo forte (e solo) al comando. E dal coinvolgimento dei cittadini, anche perché, scriveva Carlo Azeglio Ciampi, “i cittadini sono la ragion d’essere delle Istituzioni”, anche se talvolta queste ultime se lo dimenticano.