[14-11-2011] La scommessa del Quirinale

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Nelle parole dure di Giorgio Napolitano, pronunciate dopo aver conferito a Mario Monti l’incarico di formare un nuovo Governo, si coglie tutta la tensione del Presidente della Repubblica e anche il suo disagio per una situazione politica e istituzionale inedita, che lo ha posto in prima linea nel difficile tentativo di difendere il Paese, senza travalicare le sue prerogative costituzionali.

La forma di governo parlamentare disegnata dalla Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica sia estraneo all’indirizzo politico: non un semplice notaio, forse, ma un garante imparziale della Costituzione e del corretto funzionamento delle istituzioni. A fronte di questa terzietà, il Presidente è esentato da ogni responsabilità politica.

Napolitano, mentre il Paese era sotto attacco dall’esterno, ha ottenuto le dimissioni di Berlusconi, pur senza un espresso voto di sfiducia del Parlamento. Nell’attesa, ha nominato senatore a vita il Professor Monti: quasi un pre-incarico, tutto riconducibile alla volontà personale del Presidente della Repubblica. Dopo le dimissioni presentate da Berlusconi sabato sera, il Quirinale ha svolto rapide consultazioni di rito, caratterizzate dal tentativo di Napolitano di convincere le forze politiche dell’assoluta necessità di evitare il voto anticipato e di formare un governo di larghe intese. Al termine, l’incarico di Monti, come da copione. Nella conferenza stampa il Presidente della Repubblica ha, da un lato, precisato che l’incarico a Monti non comporta un ribaltamento del risultato delle elezioni del 2008. Dall’altro lato, ha giustificato il governo Monti sulla base della necessità di adottare misure urgenti, a partire da (ma non limitandosi a) quelle concordate in sede europea, richiamando però l’obiettivo delle urne quale naturale approdo di una democrazia dell’alternanza.

Si può giudicare quanto accaduto in modo diverso, a seconda delle lenti che si indossano: un bipolarista convinto vedrà nell’operato di Napolitano, pur giustificato dalla necessitas ed auspicabilmente provvidenziale per la salute della Repubblica, una forzatura delle prerogative costituzionali. Chi invece non conta l’alternanza fra i valori fondanti del nostro ordinamento, riconoscerà a Napolitano di aver correttamente operato per formare un nuovo governo capace di ottenere la fiducia parlamentare.

Il problema più spinoso, però, è un altro: il Presidente della Repubblica ha scelto, consapevolmente, un’esposizione del tutto inusuale, caratterizzando fortemente il gabinetto Monti come “governo del presidente”. Questo fatto, legato alle parole di Napolitano dell’anno scorso, che negava l’esistenza di governi tecnici, perché tutti i governi sono politici, porta a temere che ogni problema di Monti e dei suoi Ministri sarà un problema di Napolitano, chiamato in causa come responsabile politico. E se Monti cadrà, per Napolitano non saranno affatto giorni facili. Per il bene del Paese, c’è solo da sperare che quanto sta nascendo in queste ore, grazie al nobile sacrificio del Presidente della Repubblica, trovi il convinto sostegno di tutto l’arco parlamentare.

(pubblicato sul Secolo XIX del 14-11-2011)