[06-11-2011] Canone e fango

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Che c’azzecca – direbbe qualcuno – il canone Rai con il fango di Genova? Ve lo spiego. In città infuriano le polemiche su cosa si poteva fare di più e chi doveva farlo. Ieri la procura ha aperto un’inchiesta per omicidio. I prossimi mesi saranno di sicuro un rimpallo di responsabilità, contestazioni, lezioncine di chi ha qualcosa da guadagnare. Forse sarebbe meglio chiedersi subito quali interventi sono necessari perché tutto questo non accada mai più.

Quello che è certo, al di là della (pur cruciale) polemica sull’apertura delle scuole, è che nessun genovese aveva la percezione che fosse una giornata così a rischio. È vero, si era detto “allerta 2”, ma nessuno sapeva se fosse più o meno di 1, e se la scala si fermasse a 2, o arrivasse a 3, a 5 o dove altro. Il risultato è che quasi tutti i genovesi hanno organizzato il loro venerdì come un venerdì qualunque, solo un po’ più bagnato. E quando è successo il disastro, sono stati colti tutti di sorpresa. All’improvviso, la città è rimasta segata in tante fette quanti sono i torrenti che la tagliano da monte a mare e che, esondando, hanno costretto i genovesi su tanti piccoli “iceberg” in mezzo al fango. All’improvviso, la paura e l’isolamento. Salvo per due strumenti, fondamentali: radio e televisione. Per chi era in black-out l’unica salvezza era una radiolina a pile, dove una costante informazione era assicurata da Radio 19 (la radio del Secolo XIX) e da Radio Babboleo, storica emittente genovese. Chi aveva la corrente ha preferito accendere la TV. Non a caso si sente sempre parlare di servizio pubblico televisivo. Se non serve in questi momenti, quando mai davvero “serve” la televisione? Bene, accedo la Rai regionale e non vedo nulla. Poi, al momento del telegiornale regionale il segnale va e viene, pare perché in redazione non ci sono gruppi elettrogeni. E vanno in onda immagini di repertorio delle alluvioni precedenti. Ma dov’è il servizio pubblico?

Lo devo trovare sul canale 10 del digitale terrestre, sui canali delle emittenti locali. Lì è sintonizzata Primocanale, gioiellino ligure da fare invidia alle grandi. Non ho tenuto il conto, ma penso che abbiano superato le 48 ore consecutive di diretta. Nemmeno una televendita, un tritatutto o un piatto d’argento. Solo diretta dal fango dell’alluvione e dal centro di crisi della prefettura. Un manipolo di ragazzi meno che trentenni in giro per le zone più colpite, a raccontare, a far vedere, a mettere in guardia. E anche a rischiare in prima persona. Anche loro sono “angeli del fango”. Questa sì che è informazione. Questo è servizio pubblico. Lo si era già visto per il G8 del 2001, quando le immagini di Primocanale venivano trasmesse in tutto il mondo dalla CNN. Venerdì erano trasmesse in tutta Italia da SKY. Senza il continuo riferimento alle notizie di Primocanale, la situazione sarebbe stata ancora più pesante e chissà quanti genovesi avrebbero preso le decisioni sbagliate, lasciati soli, ignorando cosa stesse accadendo in giro per la città.

Eppure il canone si paga alla Rai. Eppure l’art. 46 del Testo unico RadioTV dice che il servizio pubblico regionale lo fa la Rai, che per questo prende i soldi della collettività. Abbiamo visto. Eppure venti giorni fa, con lo switch-off al digitale terrestre, la Rai si è accaparrata senza gara le frequenze migliori, proprio sull’assunto che lei – e non le altre – deve fare servizio pubblico. E alle locali sono rimaste frequenze di scarto, che in base al diritto internazionale spettano alla Francia, con quanto ne può conseguire – in una regione di confine come la Liguria – in termini di interferenze e oscuramenti di segnale.

In una tragedia immensa come quella che ha colpito Genova, anche questi profili non sono secondari e dimostrano quanto sia urgente mettere mani e braccia nel profondo del motore del Paese, per far sì che le istituzioni tornino al servizio dei cittadini e delle imprese, sia quando puliscono i fiumi, sia quando regolano l’informazione, e che le grandi doti degli italiani non siano soffocate dalla burocrazia, dalle clientele, dagli apparati, dal linguaggio sordo di una politica sempre più lontana.