[26-10-2011] Antonio Cassese, una vita per il sogno dei diritti umani

di Martino Liva, cultore della materia di dirittto pubblico dell’economia, Università Milano Bicocca

“Come mai ogni giorno uomini maltrattano, uccidono e sfruttano? La domanda è elementare ed il giurista non può sottrarsi ad essa”. Si potrebbe riassumente in questa sua frase la straordinaria vita e carriera di Antonio Cassese, fiorentino, illustre giurista, professore di diritto internazionale, un maestro di diritti umani, spentosi lo scorso 22 ottobre a 74 anni.

Ricordare Cassese non significa soltanto ricordare un esempio di impegno civile ed intellettuale volto alla promozione dell’uomo e del diritto come strumento di risoluzione di ogni controversia, ma in qualche modo, forse, significa anche provare a fare un ragionamento più ampio. Vale a dire riflettere nuovamente sullo stato di salute di certi principi del diritto internazionale e della nostra Costituzione quali il primato e la dignità della persona umana (art. 2 Cost.), la personalità della responsabilità penale (art. 27 Cost.), la rinuncia di un’idea chiusa e bellicosa della sovranità statale con l’obiettivo di aprirsi verso un ordinamento internazionale che assicuri “la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11 Cost.).

La meravigliosa vicenda personale di Cassese è piuttosto nota: oltre ai titoli accademici, è stato rappresentate del governo italiano in alcuni organi dell’Onu, nonché primo presidente del Tribunale penale internazionale dell’ex Jugoslavia, della Libia e membro della Commissione d’inchiesta sui crimini in Darfur.

Lo scorso anno, all’Aja, gli era stato consegnato dalla Regina d’Olanda il “Premio Erasmus”, riconoscimento che viene assegnato ininterrottamente dal 1958 aduna persona od una associazione che ha arrecato un contributo eccezionalmente importante alla cultura in Europa”.

Era profondamente convinto che, nonostante tutto, si dovesse continuare a credere nel sogno dei diritti umani perché questi costituiscono, scriveva, “una battaglia dell’homo socialis contro il ritorno alla condizione animale”.

Nell’ultimo suo libro titolato L’esperienza del male sembra risuonare una domanda: come mai i governi che sempre più frequentemente sono chiamati a stipulare trattati internazionali per la difesa dei diritti umani, poi sono i primi ad infrangerli ? E dunque, si potrebbe allo stesso tempo chiedersi, a che grado di maturità si trova il costituzionalismo moderno sorto dopo la seconda guerra mondiale assieme alla storica Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948? E ancora, quale il grado di salute della giustizia penale internazionale e della Corte di Roma, il cui potere di indagine, si sa, è subordinato al possibile veto da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ed al consenso dello Stato in cui è avvenuto il crimine ?

Sarebbe di certo impossibile tentare di dare una risposta a questi interrogativi in pochi righe, ma sicuramente gli stessi principi della nostra carta costituzionale, nonché la vicenda umana e professionale di Cassese, suscitano in maniera ineludibile una costante riflessione sul tema, nella consapevolezza che i principi costituzionali e del diritto internazionale non sono un’eredità del passato ma sono un patrimonio da salvaguardare e sviluppare. Si pensi alla tutela dei “diritti inviolabili dell’uomo” (art. 2 Cost.) così come al continuo richiamo della dignità umana (ad esempio negli artt. 36 e 41 Cost.) che ci ricordano il principio personalistico ed il riconoscimento della persona umana al centro dell’ordinamento giuridico.

La stessa Corte Costituzionale è sempre stata vigile sul punto. Ad esempio, un’importante sentenza in tema di diritto all’abitazione ha espresso a chiare lettere l’idea, per non dire la necessità, che “la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana” (Corte Cost. 404/1988).

Anche la recente sanguinosa fine del pur sanguinoso dittatore Gheddafi, impone di riflettere a freddo se il diritto non avesse potuto dire la sua per frenare gli istinti umani e ricordare al mondo intero che un Tribunale (nazionale od internazionale che sia)  fatto di regole e procedure è sempre preferibile alla giustizia sommaria. Anche se più rischioso. Scriveva proprio Cassese, a proposito del processo a Saddam: “I processi vanno fatti, soprattutto contro i dittatori. Senza però che le strumentalizzazioni politiche vanifichino i nobilissimi fini della giustizia”.