[12-10-2011] serve un nuovo governo

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Silvio Berlusconi ha sempre snobbato i lavori parlamentari: si è visto raramente ai banchi del Governo, e spesso con aria insofferente. Ieri sera ha deciso di partecipare a sorpresa al voto della Camera sul rendiconto consuntivo, immaginando che la sua presenza bastasse a rinsaldare le fila di una maggioranza traballante. L’esito è stato catastrofico, con il governo che è andato sotto al primo voto. L’immagine del Presidente del Consiglio non ha più lo smalto salvifico di un tempo, né è in grado di ammansire i consistenti drappelli di parlamentari recalcitranti.
Costituzione alla mano, il voto di ieri sera non fa cadere il Governo, né richiede verifiche o passaggi formali. L’art. 94, c. 3, Cost., infatti, è chiaro nel dire che il voto contrario di una Camera su una proposta del Governo non comporta la rottura del rapporto fiduciario.
Le opposizioni, che hanno salutato il voto all’insegna di cori “dimissioni, dimissioni”, dovrebbero abbandonare un atteggiamento da vorrei ma non posso, che lascia il dubbio di un calcolo di comodo: chi ha davvero interesse a tornare oggi al voto?
Certo è che il significato politico di quanto avvenuto va ben oltre le scarne previsioni costituzionali a tutela della stabilità dei governi. Il voto di ieri ha impallinato il rendiconto consuntivo, uno degli strumenti simbolicamente più forti dell’indirizzo politico governativo.
Il dato politico è fin troppo evidente. Tremonti entra in Aula pochi secondi dopo il voto, i “responsabili” latitano, i “frondisti” si sparpagliano. È facile immaginare che il Governo chiederà una verifica della fiducia, chiamando uno a uno a raccolta i parlamentari della maggioranza. Nelle altre occasioni lo schema ha funzionato, e il Governo è rimasto in piedi. Il gioco di prestigio potrebbe riuscire anche stavolta. E sarebbero dolori: la vita artificiale dell’esecutivo porterebbe alla paralisi delle istituzioni proprio quando il Paese avrebbe bisogno di una guida sicura, rapida nei tempi di reazione e ben orientata. Già si parla di un rinvio del provvedimento sulle intercettazioni, che pure sta così a cuore al Presidente del Consiglio. Figuriamoci se vi sarà spazio per riforme di ampio respiro, per rilanciare lo sviluppo, per dare un po’ di ossigeno al Paese.
Per il bene dell’Italia c’è bisogno di un esecutivo solido, stabile, consapevole. Caratteristiche che ha colpevolmente perso per strada proprio il Governo che, in origine, poteva vantare la più ampia maggioranza parlamentare della storia repubblicana. È necessario che tutto questo abbia rapidamente termine, chiamando il Presidente della Repubblica a valutare se sia più opportuno un governo di transizione, oppure un immediato ritorno alle urne.
(pubblicato sul Secolo XIX del 12-10-2011)