[11-09-2011] Ripensare le indennità parlamentari

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Chi lo avrebbe mai detto che, fra le mille versioni della manovra finanziaria, quella definitiva avrebbe addolcito i tagli ai costi della politica? Lo stipendio dei parlamentari non sarà più tagliato del cinquanta per cento. I bilanci di entrambe le Camere subiranno riduzioni molto meno consistenti di quanto ipotizzato sotto l’ombrellone.

E poi, le Province? Nessuna soppressione: bisogna seguire la strada costituzionale. Tecnicamente, nulla da dire. Ma si deve sapere che una modifica della Costituzione richiede tempi lunghi e maggioranze elevate. Riporre le speranze di salvezza nell’abolizione delle Province, dunque, significa aspettare la venuta di qualcosa che è molto futuro e molto incerto. In secondo luogo, la bozza presentata prevede sì che le Province siano cancellate dall’elenco degli enti necessari, ma prevede anche che queste possano risorgere, istituite con provvedimenti delle Regioni. Oltre al danno, la beffa: invece di avere un ente della Repubblica si avrebbe una Provincia nelle mani della Regione, con lo scorno – è facile pensare – dei Comuni, che mal tollerano ogni forma di neocentralismo regionale.

Pazienza, vorrà dire che la salvezza arriverà dall’inserimento in Costituzione dell’obbligo di pareggio di bilancio. È però paradossale (e dubbio) che questa battaglia sia cavalcata proprio dalle forze politiche che hanno legiferato e governato per decenni nella direzione opposta, aumentando deficit e debito pubblico. Anche senza vincoli costituzionali si può perseguire una politica economica assennata e virtuosa. Basta volerlo. Poi ci sono profili tecnici, come la difficoltà di capire chi potrà far valere la violazione di un tale obbligo davanti alla Corte costituzionale. Ma questo, in fondo, è secondario.

Nel pomeriggio di ieri è arrivata notizia che la prossima settimana il Senato comincerà ad occuparsi della riduzione del numero dei parlamentari. Anche questa volta si tratta di un disegno di legge costituzionale, che sconta tutti i tempi lunghi e le insidie di cui si è detto più sopra.

La situazione è quindi grave, anzi disperata. E pure seria, verrebbe da dire. Anche se non pare che ne siano consapevoli coloro che hanno il difficile compito di rappresentare i cittadini ed esercitare per loro conto la sovranità. Le conseguenze di breve e medio termine sono facilmente prevedibili: sempre meno persone andranno a votare e chi lo farà, sempre più disgustato, sarà invogliato a dare il proprio voto a forze radicali. Questa deriva, pur comprensibile, non gioverebbe al Paese. L’unica alternativa è quella di agire oggi dove si può, a prescindere da quello che accadrà se e quando mai saranno approvate le riforme costituzionali. Cosa si può fare? Tagliare i costi, certo. Ma ancor più fare funzionare il “servizio” che la classe politica deve rendere ai cittadini. Come? Semplificando le procedure, snellendo e modernizzando. Certi minuetti, certe scenografie, certi linguaggi appartengono ormai solo ai “Palazzi”, ed annegano la capacità delle istituzioni rappresentative di guidare e regolare la società e l’economia, secondo disegni di sviluppo chiari e condivisi. E poi, senza ulteriori ritardi, modificare la legge elettorale, in modo da restituire davvero ai cittadini il controllo dei propri rappresentanti.

Quanto agli stipendi dei parlamentari, una provocazione: perché non ragionare su un’indennità variabile, commisurata alla retribuzione che il parlamentare aveva da cittadino comune? Si potrebbe, ad esempio, prevedere un’indennità minima (mettiamo di duemila euro netti al mese) per chi prima era disoccupato o aveva guadagni più bassi, e, per il resto, continuare ad erogare al parlamentare quanto prendeva in precedenza, con un aumento percentuale (ad esempio del 5-10%), ed un tetto massimo (mettiamo di sei o settemila euro mensili). A ciò, solo per chi risiede fuori Roma, si potrebbe aggiungere un minimo rimborso spese. Un sistema simile costituirebbe un “incentivo controllato” ad occuparsi della cosa pubblica, senza sconquassi sullo stile di vita di chi diventa parlamentare, o di chi finisce il mandato. Non verrebbero discriminati i meno abbienti (come avveniva nelle democrazie liberali ottocentesche, dove i parlamentari non erano retribuiti) e il Parlamento cesserebbe di essere un bengodi dal quale nessuno vuole più andare via.

(pubblicato sul secolo XIX del 10-09-2011)