[2011-09-08] In nome del popolo (tedesco) sovrano

di Valentina Miscia, dottoranda in Diritto internazionale dell’economia, Università Bocconi

È passata inosservata o quasi nella giornata di ieri la sentenza della Corte costituzionale tedesca sugli aiuti alla Grecia e sul cosiddetto fondo europeo salva-Stati; solo i mercati hanno festeggiato con un baldanzoso rialzo – poca cosa rispetto all’altalena degli ultimi mesi.

I motivi per festeggiare peraltro, nell’immediato, ci sono. La sentenza salva di fatto gli aiuti alla Grecia ed il meccanismo europeo di aiuto agli Stati in difficoltà, sottraendo il governo tedesco al forte imbarazzo di vedere dichiarata incostituzionale la firma apposta su operazioni per le quali ha assunto il ruolo di comprimario.

Al di là delle facili euforie, però, il Bundesverfassungsgericht non ha mancato di sottolineare – più o meno volontariamente – i punti deboli della governance economica europea, nel tentativo di puntellare le incerte architetture istituzionali con solide garanzie interne.

Il problema sollevato dai cinque euro-scettici che hanno presentato i ricorsi in questione era se l’approvazione da parte del Bundestag del Währungsunion-Finanzstabilisierungsgesetz (che ha garantito gli aiuti destinati alla Grecia) e del Gesetz zur Übernahme von Gewährleistungen im Rahmen eines europäischen Stabilisierungsmechanismus (relativo al meccanismo di aiuto per gli Stati in difficoltà) avessero violato l’autonomia finanziaria del Parlamento stesso. In particolare, la Corte ha dovuto giudicare dell’eventuale contrasto con l’art. 38 c. 1 della Costituzione tedesca, che prevede che i membri del Parlamento siano eletti in generali, dirette, libere, uguali e segrete elezioni; che questi rappresentino l’intero popolo tedesco, che siano sottratti a vincoli di mandato, e responsabili solo di fronte alla propria coscienza. Un’eventuale – seppure indiretta – limitazione dei poteri del Bundestag limiterebbe la possibilità di realizzare la volontà politica espressa dal popolo tedesco attraverso il voto. Il controllo sui meccanismi di finanza pubblica da parte del Bundestag è ritenuto dalla Corte uno strumento necessario per lo Stato ai fini dell’autodeterminazione democratica, da salvaguardare anche in contesti decisionali intergovernativi.

Il principio di diritto che la Corte individua, perciò, è che il coinvolgimento del Bundestag è necessario non solo nella fase di accordo, ma anche nella fase di impegno delle risorse in ambito europeo. La difficoltà di prevedere tali impegni di spesa impedirebbe, per esempio, di creare meccanismi permanenti di assunzione di responsabilità per i debiti di altri Paesi. Per il caso concreto, la Corte ha concluso che il Bundestag, con l’adozione di tali atti, non avrebbe danneggiato i propri diritti in materia finanziaria e di bilancio, né l’autonomia finanziaria dei parlamenti futuri. Quanto al primo, poiché esistono limiti quantitative alle garanzie prestate, e particolari condizioni a cui devono risultare conformi. Quanto al secondo, poiché il programma di aiuti indica obiettivi, modalità, garanzie, contingentamenti, ed è soggetto all’accordo dei Paesi dell’euro-zona (e dunque, come significativamente sottolinea la Corte, ad un’importante influenza del governo tedesco). La Corte tuttavia ha precisato – ed è questo è il punto chiave, su cui non ci si sembra soffermare con la dovuta attenzione – con riferimento a quest’ultimo atto, che la previsione per cui il governo dovrebbe cercare un accordo con il Bundestag è insufficiente, e che l’autonomia parlamentare è garantita solo dall’approvazione vera e propria da parte della commissione parlamentare competente. Solo questa, in altre parole, sarebbe l’interpretazione conforme a Costituzione.

La sentenza, seppure sostanzialmente equilibrata e desiderabile negli esiti, non vale a risolvere, e forse anzi aggrava, la tensione che serpeggia in Europa fra una forma inter-governativa ed una forma istituzionale di gestione delle situazioni di incertezza. La crisi economica indebolisce le istituzioni europee, in misura almeno proporzionale all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale (e alla conseguente sensibilità dei governi) rispetto a temi quali la responsabilità fiscale, la stabilità dei prezzi, la prevenzione di rischi sistemici, su cui le istituzioni europee hanno agito in  modo tardivo e poco chiaro. E la Germania, stretta fra rigore fiscale, timore inflazionistico e senso di responsabilità, è la perfetta espressione del disagio istituzionale, prima ancora che economico, che si vive in Europa. Il tema della responsabilità fiscale degli Stati membri non si può affrontare solo nell’ambito del dibattito – di gran moda, ma dai forti limiti – sull’introduzione nelle carte costituzionali di norme sul pareggio di bilancio, come l’art. 81 Cost. in Italia. Gli  effetti sistemici dell’irresponsabilità fiscale stanno già spingendo alcuni Stati membri, come la sentenza della Corte costituzionale tedesca dimostra, ad alzare steccati difensivi. I benefici che l’economia tedesca trae dall’adesione all’euro non sono certamente bastati ai giudici di Karlsruhe per ammorbidire l’atteggiamento severo da sempre assunto nei confronti dell’esperienza europea, e di difesa delle istituzioni nazionali. Il rischio di indebolire ulteriormente l’Europa, però, è forte, e di estrema delicatezza se ad essere interessati sono i sistemi economico e monetario. Per la governance economica dovrebbe essere condiviso con particolare forza il principio per cui le decisioni che riguardano l’Europa devono essere discusse non (più) nei parlamenti nazionali, ma in sedi europee, con la partecipazione di tutti e per il bene di tutti. Anche del popolo tedesco.