[14-08-2011] Osservazioni a prima lettura sul c.d. processo lungo e sul diritto alla prova

di Irene Pellizzone, assegnista di ricerca in diritto costituzionale, Università di Milano

1. Un disegno di legge, fortemente voluto dal Governo ed al centro del dibattito politico in Parlamento, poco prima che, come da tempo doveva accadere, la crisi economica e finanziaria divenisse la priorità per i nostri rappresentanti e per l’Esecutivo, riguarda il diritto alla prova nel processo penale: si tratta della proposta legislativa definita, sulle pagine dei giornali, “processo lungo”.

Approvata al Senato il 29 luglio, tale proposta verosimilmente, non appena si presenterà al vaglio della Camera dei Deputati, farà ancora discutere, per alcuni suoi aspetti problematici. Pertanto, può essere opportuno dedicarvi qualche riflessione, al fine di acquisire, per quanto possibile, una maggior consapevolezza dell’effettiva utilità dell’iniziativa, qualora dovesse nuovamente imporsi come priorità per la realizzazione dell’indirizzo politico del Governo e Parlamento, a dispetto dell’incalzare del ben più delicato tema della adozione di misure capaci di contenere la caduta dei mercati italiano ed europeo.

Ora, la versione originaria del disegno di legge era volta ad escludere dal processo abbreviato, che, in quanto tale, comporta la riduzione di un terzo della pena, gli autori di delitti puniti con l’ergastolo.

Tale versione, tuttavia, è stata stravolta in seguito all’approvazione, del 29 luglio, al Senato, dell’emendamento proposto e “blindato” dal Governo con la questione di fiducia. L’aspetto dell’emendamento che, per i suoi probabili effetti negativi sulla durata dei processi, ha destato maggiori polemiche nelle forze di opposizione, risiede nella modifica degli artt. 190 e 295 del codice di procedura penale, rispettivamente in tema di diritto alla prova e di provvedimenti del giudice in ordine alla prova.

Le altre tre novità più rilevanti del disegno di legge, di cui volutamente non ci si occuperà qui per ragioni di spazio, riguardano, invece: 1) l’utilizzo delle sentenze irrevocabili come prove in altri processi penali, in relazione ai fatti in esse accertati; 2) l’esclusione dello sconto della pena, nella misura di un terzo, che normalmente consegue all’utilizzo del rito abbreviato, se deve essere applicato l’ergastolo; 3) il divieto di concessione dei benefici penitenziari a coloro che hanno commesso reati particolarmente gravi e violenti.

Con riguardo all’aspetto in esame, occorre notare che la ratio del disegno di legge appare quella di garantire una tendenziale coincidenza tra le prove assunte dal giudice e quelle richieste dall’imputato.

Se anche la Camera dovesse approvare la proposta di legge, verrebbe novellato infatti innanzitutto, con un intervento di forte valenza simbolica, il regime di ammissione della prova, regolato, in via generale, dall’art. 190 cod. proc. pen.; con un intervento apparentemente più ridotto, ma non certo meno pregnante, verrebbe poi circoscritto il potere del giudice di dichiarare ammissibili e di revocare, durante il dibattimento, le prove già ammesse, attualmente esercitabile, ai sensi dell’art. 495 cod. proc. pen., se tali prove si dimostrano superflue.

Si anticipa sin d’ora che le perplessità più evidenti del disegno di legge non derivano dal principio ispiratore della riforma, che poco incide sull’impianto del codice, già improntato, come impone l’art. 111 Cost., alla tutela del diritto delle parti all’assunzione delle prove davanti al giudice, ma dalle disposizioni che, modificando puntualmente i già citati artt. 190 e 495, vieterebbero al giudice di intervenire filtrando richieste di prove sovrabbondanti ed eccessive rispetto alle esigenze di speditezza e funzionalità del processo.

2. È bene concentrarsi a questo punto sulle norme dalla portata per così di dire simbolica del disegno di legge, apparentemente volte ad ampliare la tutela dei diritti dell’imputato in ordine all’ammissione delle prove. Secondo le proposta di modifica all’art. 190 cod. proc. pen., l’ammissione dovrebbe essere decisa dal giudice non più “a richiesta di parte”, dunque anche del pubblico ministero, bensì “a richiesta dell’imputato”. Verrebbe poi previsto, in un periodo successivo dello stesso articolo, che “Le altre parti hanno le medesime facoltà in quanto applicabili”.

A quest’ultimo riguardo, è opportuno rilevare che dalla costruzione della norma sembra trasparire un’indubbia enfasi dell’esigenza di tutela dell’imputato nella richiesta delle prove, ma non un annullamento delle facoltà del pubblico ministero. Dunque, non pare automaticamente ravvisabile una violazione del principio di parità tra le parti nell’assunzione delle prove davanti al giudice, sancito dall’art. 111 Cost., e frequentemente posto in rilievo nella giurisprudenza anche recente della Corte costituzionale, che, oltretutto, considera il diritto confrontarsi con le prove a carico e di convocare e interrogare persone a difesa come “storico connotato della difesa dell’accusato” (cfr. ad es. la sent. n. 184 del 2009).

Inoltre, nell’emendamento voluto dal Governo si prevede esplicitamente, ancora nell’art. 190 cod. proc. pen., che l’imputato ha “facoltà davanti al giudice di interrogare o fare interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore”. Si tratta di una sorta di ripetizione del disposto dell’art. 111 Cost., già presente invero, nello stesso codice di procedura penale, all’art. 495, che prevede il diritto per l’imputato all’ammissione delle prove a discarico sui fatti oggetto delle prove a carico e, viceversa, per il pubblico ministero.

2. Passiamo ora al secondo e più delicato aspetto segnalato sopra: ci si riferisce, come si diceva, alla riduzione dei poteri del giudice in ordine all’ammissione delle prove richieste dall’imputato e alla revoca delle prove inizialmente ammesse.

Il disegno di legge intende consentire al giudice di dichiarare inammissibili, nella fase iniziale del processo, solo le prove “manifestamente non pertinenti”, indipendentemente dalla loro rilevanza e superfluità, criteri selettivi ora, invece, utilizzabili dal giudice (si tratta di un’ulteriore modifica all’art. 190 cod. proc. pen.).

Non si tratta di questioni terminologiche, evidentemente: vi possono ben essere, in effetti, prove pertinenti rispetto ai fatti da accertare per fondare l’accusa o la difesa, ma irrilevanti o superflue perché incapaci di dimostrare alcunché di utile per provare il reato o nuovo rispetto a quanto già verificato grazie ad altre prove. Si pensi, per fare un esempio, all’assunzione di testimonianze ripetitive. Anche queste, almeno nella fase iniziale del processo, dovranno essere dichiarate ammissibili se il disegno di legge verrà approvato, mentre oggi il giudice può provvedere in senso contrario se le considera irrilevanti o superflue.

Il disegno di legge incide puntualmente, inoltre, sulla norma che permette al giudice di revocare le prove inizialmente ammesse ma che, nel corso del processo, si rivelano “superflue” (cioè l’art. 495 cod. proc. pen.).

Partiamo dalla norma che regola il trattamento delle c.d. prove a discarico, dal momento che in realtà incarna la novità forse più significativa del disegno di legge. Le prove a discarico sono le prove richieste dall’imputato, dopo che è venuto a conoscenza di quelle portate dal pubblico ministero a sostengo dell’accusa, per confutarle. Per la loro funzione, normalmente, occupano un’importantissima parte del processo. Ebbene, secondo la proposta di modifica dell’art. 495 cod. proc. pen., tutte le prove a discarico devono essere assunte dal giudice, inderogabilmente, anche se nel corso del processo si rivelano superflue, dunque ad esempio ridondanti o ripetitive.

Nel caso, opposto, delle prove a difesa (cioè delle prove richieste dall’imputato per scagionarsi, indipendentemente dalle prove portate dal pubblico ministero) il giudice è tenuto a procedere con l’assunzione, a meno che si siano dimostrate durante il processo “superflue e manifestamente non pertinenti”.

Si noti per inciso che il legislatore, nel consentire la revoca delle prove “manifestamente non pertinenti”, ammesse in un primo momento dal giudice, sembra contraddirsi da solo, poiché le prove manifestamente non pertinenti non dovrebbero ab initio entrare nel processo, secondo la novella descritta sopra, relativa all’art. 190.

In base a tale modifica, il potere del giudice di revocare le prove a difesa sarebbe di fatto eliminato, se la superfluità e l’assenza manifesta di pertinenza dovessero considerarsi due requisiti concorrenti per la dichiarazione della revoca. Tale interpretazione, invero, sembra da scartare perché illogica. Se, come pare più corretto, dovesse prevalere l’interpretazione che li considera come requisiti alternativi, al giudizio sulla superfluità delle prove a difesa residuerebbe ancora ampio spazio e potrebbe assumere un peso molto importante. Infatti tale giudizio, venuto meno, insieme a quello sulla rilevanza, nella fase iniziale del processo, avrebbe una importante ragion d’essere nei momenti successivi.

Ciò chiarito, può essere utile sottolineare che “scappatoie” alla stretta sul potere del giudice di revocare le prove ammesse, all’inizio del processo, non dovrebbero essere consentite, poiché il disegno di legge si preoccupa anche di specificare che tale potere può essere esercitato solo nei casi previsti dalla legge, chiudendo così l’affermarsi di prassi giurisprudenziali volte ad aprire a nuovi casi di revoca.

3. In conclusione, il disegno di legge preoccupa, laddove subordina l’ammissione e l’assunzione delle prove esclusivamente alla strategia difensiva dell’avvocato, imponendo al giudice all’inizio del processo di dare seguito alle richieste dall’imputato, con la sola eccezione delle prove manifestamente non pertinenti, e vincolandolo, anche nei momenti successivi, all’ammissione iniziale, con la sola eccezione delle prove a difesa superflue e manifestamente non pertinenti.

Tale approccio del legislatore può risultare incongruo, considerato, in particolare, che l’imputato e avvocato possono avvantaggiarsi del prolungarsi del processo, durante il quale continuano a decorrere alcuni dei termini di prescrizione del reato. Diverse sono invece le esigenze del pubblico ministero, che non ha questo tipo di interesse all’allungamento dei tempi.

Si potrebbe sostenere, a sostegno del disegno di legge, come esso porti una maggiore tutela all’imputato dinanzi ad abusi da parte del giudice nell’esercizio dei poteri di ammissione e revoca delle prove. Si ricordi però che, in base alle norme ora vigenti, il criterio della rilevanza e della superfluità sembrano funzionali, almeno in astratto, a garantire un bilanciamento tra le esigenze di tutela del diritto di difesa dell’imputato, nonché delle facoltà del pubblico ministero nell’esercizio dell’azione penale, da un lato, e la tutela della ragionevole durata del processo e le esigenze di economia processuale, dall’altro, anch’essi diritti ed interessi di rango costituzionale. Inoltre, oggi, la mancata assunzione di una prova costituisce un motivo di impugnazione, con la quale l’imputato e il suo avvocato possono chiedere ed ottenere rimedio alla mancata assunzione di prove.

La riforma, invece, finisce col delegare interamente alla strategia difensiva dell’accusato e dell’avvocato la tutela della ragionevole durata e delle esigenze economia processuale, rendendo il diritto alla prova assoluto e non prevedendo rimedi di sorta dinanzi ad un suo uso meramente dilatorio, nonostante, oltretutto, abusi in questo senso siano certamente verosimili. Del resto, anche volendo, risulta impossibile immaginare un rimedio dinanzi a eventuali abusi di imputato e avvocato, posto che non è possibile “bloccare” lo scorrere del tempo, che, come noto, comporta necessariamente l’avanzamento termini massimi previsti la prescrizione (art. 160, u.c., cod. pen.).

In conclusione, il disegno di legge sembra, almeno per le parti qui analizzate, presentare indubbi aspetti problematici, soprattutto in riferimento all’art. 111 Cost., che garantisce la ragionevole durata del processo, ed all’art. 3 Cost., da cui si ricava il principio di ragionevolezza. In aggiunta, si consideri che la sua ratio ispiratrice non risulta del tutto chiara, considerato che i diritti dell’imputato alle prove sembrano già trovare una salda tutela non solo nella Costituzione ma anche nel codice di procedura penale. Anche per questo, si auspica che, quando alla Camera ne verrà esaminato nuovamente il testo, venga acquisita da parlamentari e Governo maggior consapevolezza del vero significato delle norme sottoposte all’approvazione dell’assemblea, dell’assenza di una loro concreta utilità e dei loro effetti distorsivi, senza che in questo modo si giunga a distogliere con polemiche di bandiera l’opinione pubblica da altri problemi, realmente gravi per il paese.