[12-08-2011] Agosto, debito mio non ti conosco

di Valentina Miscia, dottoranda in Diritto internazionale dell’economia, Università Bocconi

di Milano che castiga tutti (salvo rare eccezioni) gli attori privati nazionali. E ancora, che le vecchie e nuove istituzioni europee non sono un bancomat, ma luoghi politici, dunque di esercizio di responsabilità (e la ormai famosa lettera Draghi-BCE ne è un esempio).

È in questo contesto che si è invocata da più parti una riforma dell’art. 81 Cost., tramite l’introduzione di un vincolo costituzionale al pareggio di bilancio. In altri termini, un’integrazione dell’articolo dedicato al processo parlamentare di bilancio con una clausola che imporrebbe l’azzeramento del deficit. La proposta sembra prestare il fianco a qualche criticità; anche a tacere del cipiglio surreale con cui la modifica è invocata da parte degli stessi parlamentari a cui sarebbe diretta – un po’ come Ulisse che si fa legare all’albero della nave per resistere alla tentazione; ma almeno lì c’era il canto delle sirene.

Qui, invece, sembra esserci la certa confusione fra obiettivo politico e vincolo giuridico. Le “regole fiscali” da inserire in Costituzione sono un tema di fondamentale importanza, da affrontare in maniera omnicomprensiva, magari nell’ambito della direttiva europea sui “national fiscal frameworks” che dovrebbe essere approvata a breve, con un occhio al Patto di stabilità e crescita. Questa nuova clausola da aggiungere all’art. 81 Cost., che potrebbe dunque rendere incostituzionale la legge di stabilità (o, presumibilmente, la legge di conversione del decreto con cui si anticipa la manovra) che prevedesse un disavanzo, non sembra essere né necessaria né sufficiente per il risanamento dei conti pubblici italiani.

In primo luogo, tale clausola comporterebbe l’introduzione di un elemento (almeno sulla carta) di forte rigidità per la politica economica nazionale, che, sommato al trasferimento a Francoforte del potere di utilizzare la leva monetaria, può ulteriormente limitare lo spazio di manovra riservato a livello nazionale. In secondo luogo, tale clausola dovrebbe essere redatta in modo tale da evitarne l’aggiramento (sul piano giuridico e sul piano fattuale), come sostanzialmente accaduto per il principio di copertura finanziaria delle leggi, incapace di frenare nel tempo il ricorso all’indebitamento. In terzo luogo, per come intesa dai politici nazionali, tale clausola tradisce la mancata comprensione del fatto che gli aggiustamenti dei conti pubblici dovrebbero essere compiuti senza strattoni, e senza credere nell’esistenza di panacee.

È soprattutto per questo ultimo aspetto che il paragone con il vincolo posto dalla Costituzione tedesca non convince del tutto. La Germania ha un sistema economico – oltre che politico – diverso da quello italiano, in cui tale vincolo si è accompagnato ad un’infaticabile opera di aggiustamento e di sacrificio. Peraltro, gli articolati principi contenuti negli art. 109 e 115 della Grundgesetz (la Costituzione tedesca) sono più complessi di un banale obbligo di pareggio, e costituiscono in generale uno strumento di coordinamento con il Patto di stabilità e crescita europeo (tra l’altro, oltre a coinvolgere anche i Länder, presentano elementi di flessibilità, tanto che il deficit è ritenuto accettabile fino allo 0,35% del PIL).

A chi agita lo spettro di un debito arrivato al 120% bisognerebbe ricordare che in passato alcuni governi sono riusciti a ridurre il debito senza alcuna clausola costituzionale ad hoc, e senza far schizzare il deficit. Cosa che è dunque già tecnicamente possibile, a patto che lo si voglia (o lo si sappia?) fare.

Le soluzioni avanzate per questa congiuntura sono tante e confuse. In un momento in cui il Paese avrebbe forse bisogno di un governo tecnico, non solo l’esecutivo mostra il proprio volto “politico” – nel senso di politicizzazione delle scelte tecniche – ma si presenta anche disunito. Nel fiorire di distinguo e di proposte, spiccano la cosiddetta “patrimoniale” (un prelievo straordinario sui grandi patrimoni), un contributo straordinario per i grandi redditi, la revisione dei criteri per l’assegnazione delle pensioni di anzianità, un condono (ad oggi non meglio specificato), ed una misteriosa facoltà di licenziamento/dismissione (nelle parole del Ministro Tremonti) del personale. Tutte soluzioni che, al di là delle specificazioni tecniche ancora da definire, hanno alternativamente la caratteristica di essere misure una tantum (la prima, la seconda e la quarta), o di essere socialmente molto pesanti (la terza e la quinta). Sono proprio le due caratteristiche che le misure da adottare dovrebbero avere solo come extrema ratio; non certo prima che, ad esempio, un accurato, severo e paziente lavoro di cesello sia effettuato sul sistema fiscale e sulla spesa pubblica.

I volti che scorrono in televisione in questi giorni sono gli stessi spaesati sui banchi del Parlamento la scorsa settimana, in occasione del discorso del Presidente del Consiglio sulla situazione economica nazionale. Verrebbe voglia di afferrare (garbatamente) per le spalle l’onorevole e il senatore di turno e di scuoterlo (leggermente): e di dirgli “de te fabula narratur”, è di te che parla il rosso di Piazza affari. L’Italia è il Paese di “agosto, moglie mia non ti conosco”; nella cultura italiana cattolica, il più ardito degli esempi di de-responsabilizzazione. Ma pare proprio che, almeno per una volta, con i conti pubblici questo non funzioni.