[01-08-2011] Ovvio, ma non scontato: anche il clandestino può sposarsi

di Matteo Mattioni, dottorando in diritto internazionale e diritto privato e del lavoro, Università di Padova

Volendo contrarre matrimonio nel Regno, secondo il codice civile del 1865, lo straniero doveva presentare all’ufficiale competente una dichiarazione dell’autorità del Paese di provenienza, attestante che, ai sensi delle leggi di quel luogo, non sussistessero impedimenti alla celebrazione. La misura era volta ad evitare che lo straniero potesse sposarsi qui da noi senza possedere i requisiti matrimoniali richiesti dalla sua legge nazionale, fermo restando il rispetto di quella italiana. Una misura, dunque, dettata da elementari esigenze di coordinamento tra ordinamenti e, anche per questo, trasfusa nel codice civile vigente.

Ma a questa misura, nel 2009, il nostro legislatore ha ritenuto di doverne aggiungere un’altra, nell’ambito di una serie di “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” (l. 94/2009); cosicché il testo del codice (vecchio su questo punto quasi quanto l’Italia) è stato integrato con poche, ma decisive parole. Quante ne bastano per introdurre un ulteriore requisito per la celebrazione del matrimonio di uno straniero: non più soltanto la dichiarazione dell’autorità estera, ma pure “un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano”.

Da un paio d’anni, dunque, lo straniero non poteva più sposarsi in Italia non solo laddove ricorresse uno degli impedimenti contemplati dalla sua legge nazionale e/o previsti (per chiunque intenda contrarre matrimonio da noi) dalla nostra, ma anche se, pur in assenza di qualsiasi intoppo, mancasse quell’elemento in più consistente nella “regolarità del soggiorno”. Chi è clandestino, qui, non si sposa: questo disse, in poche parole, il legislatore.

La modifica al codice era volta a introdurre un’ulteriore forma di controllo dei flussi migratori e ad ostacolare (come già recenti misure avevano fatto) i matrimoni di comodo, quelli cioè finalizzati in via esclusiva all’acquisto della cittadinanza italiana (secondo requisiti che peraltro, proprio nel 2009, sono stati resi più stringenti). Il tutto senza troppe preoccupazioni circa il fatto che stavolta – a tacere di ogni profilo relativo al principio d’eguaglianza – si invadeva il territorio della libertà matrimoniale, protetta dagli artt. 2, 29 e 31 Cost., nonché dall’art. 12 CEDU e dall’art. 16 della Dichiarazione dell’ONU. Il territorio, cioè, della libera scelta e dell’autoresponsabilità individuale, che sono espressione di una fondamentale istanza della persona in quanto tale e che il legislatore può permettersi di sfiorare soltanto sulla base di un rigoroso bilanciamento con altri interessi di rango costituzionale.

Ma il senso della proporzione non era il forte del legislatore del 2009, la cui zeppa al codice civile è stata rimossa senza difficoltà, pochi giorni fa, dalla Consulta (sent. 245/2011). E non perché l’obbiettivo dell’intervento, consistente soprattutto nella prevenzione delle unioni strumentali all’acquisto dello status civitatis, fosse illegittimo; ma piuttosto per l’irragionevolezza della misura, giudicata incongrua rispetto alla sua finalità e, dunque, troppo pesante, troppo invasiva, troppo costosa in termini di sacrificio alla libertà individuale. Soprattutto se si considera che il nostro ordinamento già si è dotato, negli ultimi anni, di strumenti idonei a combattere il fenomeno delle nozze di comodo: basti pensare alla revoca del permesso di soggiorno ove al matrimonio non sia seguita una convivenza effettiva, nonché al rigetto della richiesta di rilascio o di rinnovo del medesimo permesso ove si accerti che l’unione abbia avuto il solo scopo di consentire il soggiorno dello straniero. Si tratta di misure contenute nel testo unico dell’immigrazione (d. lgs. 286/1998), che appaiono del tutto idonee a prevenire in modo indiretto, ma efficace e proporzionato, gli sponsali non genuini, senza invadere brutalmente il campo delle libertà fondamentali mediante preclusioni indiscriminate, che prescindono da ogni indagine in concreto.

È questa un’epoca in cui il grado di civiltà di un ordinamento giuridico, in materia personale e familiare, dev’essere misurato anche in base alla sua apertura verso strutture e modelli provenienti dall’esterno, onde garantire riconoscimento e tutela alle situazioni familiari delle nuove minoranze. In ciò il sistema italiano appare ancora piuttosto chiuso, costretto com’è a muoversi sotto il peso di un concetto di “ordine pubblico familiare” in parte superato, ormai, dalla stessa realtà. In questo contesto, però, oggi lo straniero potrà perlomeno tornare sposarsi secondo (la sua e) la nostra legge, come può fare ogni italiano, e come chiunque dovrebbe poter fare. Indipendentemente dalla “regolarità del soggiorno”.