[29-07-2011] I luoghi comuni del terrorismo

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari.

Il 22 luglio 2010 ci siamo sentiti tutti norvegesi come dieci anni fa siamo stati – per un giorno -  tutti americani. Questo perché siamo consapevoli del fatto che la dinamica dei fatti di Oslo, Utoya, New York e Washington si sarebbe potuta produrre in maniera identica in qualunque ordinamento occidentale, anche in Italia. E’ un deja vu, un macabro ripetersi di reazioni attonite ed esternazioni sinceramente commosse a commento di un dramma che ci tocca profondamente perché ci appartiene.

C’è però una sostanziale differenza tra i fatti del 2001 e quanto accaduto in Norvegia pochi giorni fa. Gli attentatori delle Torri gemelle venivano da lontano, portatori di un messaggio di rifiuto del modello socio politico occidentale e di ribellione contro l’egemonia culturale ed economica filo americana.

Il terrorismo, che prima dell’11 settembre aveva mille facce, dopo l’attacco al World Trade Center assume le fattezze di un arabo-musulmano e acquista, nell’opinione comune, una dimensione univoca riconducibile all’estremismo islamico.

La tendenza all’identificazione della minaccia terrorista con il mondo arabo-musulmano è  alimentata dal comportamento delle istituzioni come dimostrano – per esempio –le dichiarazioni avventatamente rilasciate dall’allora capo del governo spagnolo Aznar che, l’11 marzo 2004, attribuì al terrorismo islamico la responsabilità degli attentati alla stazione madrilena di Atocha, salvo poi ritrattare di fronte alla rivendicazione dell’azione da parte della frangia violenta del movimento indipendentista basco. Il pericolo veniva dunque dall’interno, in Spagna come nel Regno Unito dove l’11 luglio 2005 si consuma l’attacco alla metropolitana londinese, frutto del piano insano di un gruppo di cittadini britannici, nati e cresciuti in Inghilterra. Anche a Oslo, la prima reazione dopo le esplosioni ai palazzi del governo è di accusa alla rete islamica del terrore, ma ben presto si chiarisce che la natura della minaccia è squisitamente intestina, coltivata fino a maturazione su territorio nazionale.

Tutto questo mette in luce quanto sia sfibrato il nesso di causalità esistente tra la fonte del pericolo terrorista e le misure introdotte per debellarla. Le strategie di lotta al terrorismo adottate dopo l’11 settembre sono incentrate su un irrigidimento delle politiche migratorie, sulla restrizione dei diritti degli stranieri e su procedure assimilabili all’ethnic profiling, focalizzate su componenti nazionalistiche ben identificate. E’ un orientamento che,  a distanza di dieci anni, si ha ragione di ritenere sfasato.

Il terrorismo è un metodo che si presta a servire una gamma potenzialmente infinita di cause eterogenee. Quella di accollare alla rete di estremisti islamici la responsabilità del terrorismo degli anni 2000 è una scelta fuorviante, in odore di strumentalizzazione che, esacerbando le fratture culturali tra mondi differenti ma di per sé non incompatibili, rischia di produrre più danni che benefici.