[27-7-2011] Parlamento pavido sull’omofobia

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Con motivazioni tanto confuse la Camera dei deputati ha affossato il progetto di legge sull’omofobia. E proprio la confusione lascia più di un sospetto che le motivazioni della decisione siano opposte a quelle egalitarie tanto sbandierate.

Lo stratagemma tecnico, utilizzato dalla maggioranza e dall’Udc, è stato quello di porre questioni pregiudiziali di costituzionalità: fermare i lavori prima ancora di analizzare il merito della legge, perché il rischio di andare contro la Costituzione è troppo elevato. Stupisce questa ritrovata sensibilità costituzionale, proprio da parte di chi ha spesso considerato la Carta fondamentale un fastidioso impiccio. Tant’è, e lo scrupolo dei deputati si può riassumere nelle dichiarazioni di Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera: “i gay sono cittadini uguali agli altri e proprio per questo contestiamo ogni trattamento differenziato”. Proprio per questo.

Le pregiudiziali puntano il dito su alcuni aspetti diversi. Una dice, in sostanza, che la legge differenzierebbe in modo irragionevole gli atti di violenza commessi in ragione di sentimenti omofobici, che possono comodamente rientrare nella previsione generale dell’aggravante per “motivi abietti e futili”. Un’altra, con tecnicismi artefatti, dice che la legge violerebbe il principio di tassatività della legge penale. Significa, a detta di chi l’ha scritta, che la categoria di chi se la prende con gli omosessuali è “estremamente generica” e una simile norma punitiva potrebbe prestarsi ad applicazioni arbitrarie. Un’altra ancora punta il dito contro il carattere “presuntivo” del reato di omofobia: in sostanza, visto che non è facile per un giudice stabilire se il reato è stato davvero commesso per motivi omofobici, allora è meglio non prevederlo.

Già nel 2009 il vecchio progetto di legge contro l’omofobia fu affossato con argomentazioni simili: allora si disse che era contro la Costituzione prevedere, a favore di chi subisce violenze per motivazioni sessuali, protezioni maggiori rispetto a chi subisce violenze tout court. Ma attenzione a non cadere in uno strabismo logico: se si presenta così la questione, sembra che l’obiettivo della legge sia quello di accordare privilegi agli omosessuali e ai transessuali. Ma non è così: chi è vittima di violenza non ha proprio nessun vantaggio, quale che sia la ragione per cui viene preso di mira. La legge persegue tutt’altro obiettivo: quello di punire in modo più severo chi compie reati motivati da odio per gli omosessuali. Il presupposto di fatto è semplice: chi vuole questa legge ritiene che, negli ultimi anni, ci sia stato un crescente ricorso a violenze omofobiche. Se questo è vero, è proprio il Parlamento che deve correre ai ripari. I tecnicismi sono il pane dei giuristi, ma non bisogna mai perdere la prospettiva di partenza: le regole giuridiche servono per regolare i conflitti sociali. Se c’è un’emergenza omofobia – più grave di altre emergenze e di altre forme di discriminazione – è fisiologico, per non dire doveroso, che il Parlamento, con le sue regole, cerchi di contrastarla. E non certo per favorire i gay, che non hanno da ciò alcun vantaggio, impunità, o potere, ma per prevenire odiosi comportamenti criminali che – purtroppo – abbiamo spesso registrato in tutti gli strati della nostra società. Il voto di ieri è una mesta rinuncia del Parlamento al proprio ruolo naturale, quello di fare leggi che servano al progresso di tutta la società (e non alla difesa di interessi particolari).

Chi è contro questa legge, dunque, faccia valere le sue motivazioni politiche e dica che non esiste alcuna emergenza. Oppure si dia da fare per contrastare gli episodi di violenza e per assicurare un sistema della giustizia efficiente. Faccia il suo dovere di parlamentare, insomma, senza trincerarsi ad arte dietro allo schermo della Costituzione che, troppo spesso dimenticata, se non offesa, viene oggi riesumata e celebrata per mera convenienza d’occasione.

(pubblicato sul secolo XIX del 27-07-2011)