[16-07-2011] L’equilibrio e la ragionevolezza

di Francesco Clementi, docente di Diritto pubblico comparato, Università di Perugia

In attesa di leggere le motivazioni, il dispositivo della sentenza con il quale il Tar Lazio ha annullato l’ordinanza del Sindaco di Roma di nomina degli assessori della Giunta appare in piena sintonia con l’emergente orientamento della giurisprudenza amministrativa che si è fin qui espressa in materia di pari opportunità tra uomo e donna.

Da un lato, tale orientamento ritiene vincolanti ma non dettagliatamente precettivi l’art. 51 della Costituzione e l’art. 6 del T.U.E.L. che, in combinato con il Titolo V della Costituzione, non impongono all’autonomia statutaria degli enti territoriali di prevedere riserve in favore del sesso discriminato, ma solo di svolgere un’attività di promozione. Qualsiasi automatismo imposto “dall’alto” costituirebbe, infatti, una violazione sia del principio di autonomia degli enti territoriali, protetto dagli artt. 5 e 114 della Costituzione, sia del principio di uguaglianza, affermato dall’art. 3 della Costituzione.

Dall’altro lato, però, la giurisprudenza amministrativa non ritiene meramente programmatiche o “di bello stile” quelle norme di autonomo vincolo che ciascun ente territoriale liberamente si dà, approvando il proprio Statuto, sia che scelga la garanzia generale di un equilibrio di genere sia che indichi una precisa quota numerica.

Per cui, sotto l’egida delle principali “norme-ombrello” sul tema, è l’autonomo vincolo scelto singulatim da ciascun ente che rappresenta il parametro per valutare la legittimità delle scelte operate. Un parametro che, quando specificamente previsto come appunto nell’art. 5 dello Statuto del Comune di Roma («è garantita la equilibrata presenza di uomini e di donne»), non può essere né eluso né aggirato, neppure in ragione di una «indiscutibile natura fiduciaria delle nomine» (al contrario di quanto, invece, è stato recentemente sostenuto nella sent. 354 del Tar Lombardia).

Dentro questo vincolo, basato sull’autonoma e la responsabile scelta di ogni ente, laddove non sia espressa un’indicazione numerica, emerge evidentemente l’ambito e il margine di estensione del potere discrezionale di ciascun organo (a partire da quello rilevante, proprio di uno monocratico, come è il Sindaco). Tale potere discrezionale, tuttavia, non può essere esercitato in modo palesemente irragionevole, tanto rispetto all’autovincolo previsto dallo Statuto dell’ente quanto rispetto alle norme generali che, nel nostro ordinamento, regolano la garanzia di pari opportunità di genere. Infatti, sebbene il percorso del nostro Paese verso una reale democrazia paritaria sia stato ed è, ancora, particolarmente tortuoso, è bene ricordare –a fortiori- che per il legislatore costituzionale è necessario “promuovere con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini” (art. 51 Cost.), in linea peraltro con gli indirizzi dell’Unione europea.

Insomma, se la scelta è libera negli strumenti, essa è vincolata nel fine.

Certo, arrivare a una democrazia paritaria, sforzandosi di non usare la forza cogente delle norme, optando quindi per un uso realmente equilibrato e ragionevole del potere discrezionale di ciascun soggetto dell’ordinamento, innanzitutto renderebbe merito alla qualità diffusa delle donne (e non alla loro semplice appartenenza di genere, così svilente), ma anche merito a quei non pochi uomini che, usando semplicemente un po’ di sano e intelligente buon senso, sono consapevoli della realtà (invece di essere, in modo così primitivo, ciechi rispetto al mondo che li circonda).

In attesa, si capisce come la forza del diritto, tanto espressa dalle quote, quanto espressa da opportuni interventi della giurisprudenza, possa rappresentare una prima risposta, immediatamente operativa ed esigibile (come dimostra, anche recentemente, l’approvazione della legge, in corso di pubblicazione, relativa alla parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati).

Di sicuro, però, il cammino del cambiamento culturale non imposto da norme appare quello più produttivo e duraturo se si ritiene, come sottolinea Marilisa D’Amico nelle conclusioni del suo recentissimo bel volume, che la partecipazione delle donne alla democrazia sia, semplicemente, una naturale esigenza della società.