[15-07-2011] Napolitano supplente, partiti assenti.

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

Ancora una volta il Presidente della Repubblica è chiamato a supplire alle carenze altrui. Si parla di moral suasion, ma quello che sta facendo Giorgio Napolitano è molto di più: senza il suo intervento, il Parlamento non sarebbe stato capace di approvare la manovra finanziaria in un pugno di giorni, scacciando più in là, almeno per un po’, gli attacchi speculativi.

Una volta tanto, non è questione di mettere il dito nella piaga di una maggioranza debole e divisa. Lo stato confusionale, ormai, ha pervaso l’intero Parlamento, senza risparmiare le opposizioni. Ed è allora inevitabile che, in questa situazione di stallo, il Presidente della Repubblica si trovi costretto – anche al di là dei suoi desideri – a tentare di tracciare una rotta, interpretando con particolare attivismo il proprio ruolo, certo non confinato a mero “notaio della Costituzione”.

Nella Repubblica di Weimar, nata in Germania sulle ceneri della prima guerra mondiale, il Presidente assunse un ruolo di primo piano, per compensare l’incapacità delle forze politiche di costituire maggioranze stabili e programmi di governo realizzabili. Allora le cose finirono male, e il crepuscolo di Weimar lasciò il campo a Hitler. Oggi il pericolo maggiore si chiama crisi economica e finanziaria, che può flagellare l’Italia ben più di quanto abbia fatto finora.

Non è la prima volta che il Presidente Napolitano si ingerisce nei lavori parlamentari. Già nello scorso novembre convocò al Quirinale i Presidenti delle Camere, strappando loro l’impegno a calendarizzare il voto di fiducia al governo (il famoso voto del 14 dicembre) solo dopo l’approvazione della legge di stabilità.

Gli interventi del Presidente, lodati di facciata, sono in realtà appena tollerati dalle forze politiche, e vissuti come un’ingerenza nelle dialettiche parlamentari. Quanto sta accadendo restituisce al Paese l’impietosa immagine del buono (Napolitano), che deve prendere per mano il brutto (l’opposizione) e il cattivo (la maggioranza).

Eppure queste dinamiche sono originate proprio da chi mal le sopporta: è la debolezza della politica che attiva la “supplenza” del Presidente, chiamato dalla nostra Costituzione, in via esclusiva, a “rappresentare l’unità nazionale”.

Il filosofo francese Jacques Attali ha scritto che i Parlamenti europei rischiano di assumere, nei prossimi decenni, connotati farseschi e che la loro capacità decisionale somiglierà a quella delle famiglie reali, ridotte a fenomeni di costume, o poco più. È il teatrino della politica, che si allontana sempre più dal mondo reale e che, come non trova più alcuna capacità rappresentativa, così non riesce a proporre soluzioni ai problemi del Paese. Mentre l’Italia vacilla sull’orlo della crisi, la maggioranza si spacca in faide politiche e personali (basti pensare alle bufere sul Ministro Tremonti), e l’opposizione dei buoni propositi si squaglia al sole, cambiando all’improvviso idea sull’abolizione delle Province.

L’urgenza di oggi necessita gli interventi del Presidente della Repubblica a sostegno del rigore richiesto dall’Europa e dagli osservatori internazionali. Domani, però, il Paese sarà al punto di prima, se non riuscirà a costruire una nuova stagione politica. Perché ciò avvenga serve senz’altro una nuova carica morale e una nuova classe politica integra e capace di porre nuovi obiettivi per la crescita e per il benessere. Ma servono, anzitutto, le condizioni tecniche: fra queste, una nuova legge elettorale sembra la priorità. E ben venga un governo di transizione, se può servire a centrare quest’obiettivo.

(pubblicato sul Secolo XIX del 15-07-2011)