[30-06-2011] Wind of change

di Carla Bassu, docente di diritto pubblico, Università di Sassari.

Qualche settimana fa la conferma dei risultati referendari apre il sipario su piazze colme e festanti, espressione di un bisogno di condivisione e di un sentimento collettivo che pareva sopito e invece è riemerso con forza dirompente. Quello andato in scena all’esito del referendum non è uno spettacolo nuovo agli occhi di un pubblico che, negli ultimi mesi, è stato abituato a immagini di manifestazioni di massa: l’onda invernale degli studenti contestatori, i cortei della primavera delle donne, la gioia dei vincitori delle elezioni amministrative. La festa del 13 giugno è solo l’ultima tappa di un percorso di ritorno alla piazza iniziato da tempo, ma si distingue dagli altri episodi per due aspetti fondamentali: l’assenza di bandiere politiche sventolanti all’aria della vittoria; la presenza maggioritaria dei giovani.

La generazione che la vulgata considera imbambolata di fronte allo schermo di un computer, inebetita dai social networks e incapace di una sana e reale socializzazione è stata capace di riportare in vita il referendum abrogativo, strumento in crisi, la cui morte era stata annunciata dai fallimenti che hanno caratterizzato le ultime chiamate alle urne.

Il dato più eclatante di questa tornata referendaria è il superamento del quorum, un’impresa resa possibile dallo spiegamento in forze dei giovani, che hanno saputo sfruttare le potenzialità delle nuove risorse mediatiche per rivendicare il diritto a essere protagonisti e invocare la partecipazione.

«Andate a votare»,«ce la possiamo fare», sono esortazioni che mal si conciliano con l’archetipo del bamboccione e si pongono in netta controtendenza rispetto all’indolenza di cui la gioventù italiana è spesso accusata. Le bacheche di facebook, i messaggi di twitter, i gazebo nelle strade sono stati veicolo di una sorta di voto pride che rappresenta un segnale di speranza e una lezione per chi ci governa.

Raggiunto il traguardo i giovani hanno lasciato il pc per scendere nelle vie e incontrarsi. L’esaltazione, i canti, i balli, le lacrime di chi ha creduto nella campagna referendaria e ha sperimentato la vittoria, possono far sorridere i più maturi e disincantati dalle cose della vita e della politica ma sono un richiamo importante per chi ha bisogno di un modello in cui credere, un esempio che dimostri che le cose possono cambiare.

Dopotutto, se un self made man di colore è diventato presidente degli Stati Uniti, è anche possibile che la classe giovanile, nel Paese gerontocratico per eccellenza, riesca a mettere in moto un processo virtuoso che porti a un mutamento di sistema nel processo decisionale ora monopolizzato da un’oligarchia decadente.