[12-06-2011] Il voto è democrazia e chi lo rifiuta non ha più speranza

di Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi

I giorni del referendum sono finalmente arrivati. Alcuni hanno detto che il voto è inutile. Certo sarebbe stata utile una discussione approfondita e chiara sulle ragioni pro o contro i vari quesiti. Ciò non è accaduto, da un lato per l’approccio strumentale dei comitati del sì, dall’altro per l’assenza dal dibattito delle ragioni del no, sostituite dall’invito a disinteressarsi del referendum e a non votare. Ma, anche per questo, non si può parlare di voto inutile, soprattutto in un momento come questo, di crisi della democrazia rappresentativa. Andare a votare significa, semplicemente, esercitare la democrazia. Non andare a votare, invece, significa allinearsi alla schiera di chi non ci crede più, di chi non ha più illusioni né speranze. Di chi, così facendo, non contribuisce ad alcun riscatto del Paese.

La Costituzione ha previsto il referendum abrogativo come istituto di democrazia diretta, un’eccezione rispetto alla regola. Normalmente il potere legislativo è nelle mani di chi sta in Parlamento. In certi casi, però, la parola torna al popolo, che – con il referendum – ha il potere di cancellare norme di legge. Un contropotere, dunque, per riequilibrare il carattere rappresentativo della nostra democrazia.

L’importanza di questo strumento richiede che, per la validità del risultato, debba partecipare al voto almeno il cinquanta per cento più uno degli aventi diritto. È il cosiddetto “quorum strutturale” che, negli ultimi decenni, si è mostrato il vero tallone d’Achille del referendum: dal 1995 ad oggi abbiamo avuto ventiquattro diversi quesiti, senza mai raggiungere il quorum.

Questi risultati sono in larga parte dovuti alla propaganda per il non-voto da parte di alcune forze politiche e sociali. Il motivo è semplice: partendo dalla considerazione che un buon 30% di elettori non partecipa mai a nessuna votazione, per far fallire il referendum basta convincere un numero ridotto di persone e il gioco è fatto. Ma il ricorso a simili stratagemmi è una “furbata”, che distorce il valore del voto degli elettori (rendendo il potere di chi non va a votare molto più forte di quello di chi ci va), sacrificando il valore aggiunto per la democrazia di uno strumento importante come il referendum.

Il voto, dunque, come occasione di democrazia. Negli ultimi mesi, per motivi diversi, moltissime persone hanno avvertito il desiderio di tornare a parlare di politica. Spesso tale interesse ha preso le forme del rifiuto e della protesta contro una classe politica non idonea a guidare il Paese, affacciato sul baratro di una crisi più rischiosa di quanto appare. È emersa chiara l’assenza di un orizzonte, l’assenza di un indirizzo politico della maggioranza, l’assenza di una ricetta alternativa dell’opposizione. Il rifiuto del sistema ha troppo spesso preso la via dell’anti-politica, delle piazze e della demagogia. La democrazia, però, si deve esercitare anzitutto con il voto. Oggi e domani abbiamo un’occasione per farlo. Non conta votare sì o votare no, quello che è importante è andare a votare, esercitare il proprio diritto-dovere di contribuire alla democrazia del Paese, assumersi la propria responsabilità di cittadini attivi.

Cosa votare, poi, dipende dalle convinzioni di ciascuno. Certo è importante documentarsi, navigando in internet o leggendo i giornali, per capire su cosa siamo chiamati ad esprimere la nostra volontà. Purtroppo l’appuntamento di questi giorni è stato caratterizzato da un alto tasso di disinformazione, trasformando quesiti di grande rilievo in un discutibile plebiscito a favore o contro il governo.

È bene ricordare che l’elettore dovrà esprimersi su quattro quesiti: con il primo dovrà dire se vuole spingere i servizi pubblici verso gestioni pubbliche (votare SI) o se vuole favorire la concorrenza (votare NO). Con il secondo dovrà dire se vuole impedire che la tariffa del servizio idrico serva anche a remunerare i capitali investiti (votare SI) oppure no (votare NO). Con il terzo dovrà esprimersi contro il possibile ritorno dell’Italia al nucleare (votare SI), o lasciare uno spiraglio aperto (votare NO). Con il quarto dovrà votare contro la possibilità per i membri del governo di invocare un “legittimo impedimento” per rinviare i processi che li riguardano (votare SI), oppure a tutela di una corsia privilegiata (votare NO).

Il piatto è ricco, dunque. E chi ha fame di democrazia non potrà sottrarsi al richiamo del voto. Magari votando sì su alcuni quesiti e no su altri. Ma, comunque, votando.

(pubblicato sul Secolo XIX del 12-06-2011)